Silent Spring

Quelle buone intenzioni che hanno causato cento milioni di morti.

Dagli anni 50 fino ai primi anni 70, il DDT è stato utilizzato in tutto il mondo per la lotta alle zanzare anofele, vettore della malaria, allo scopo di diminuire l’incidenza della malattia che ogni anno infetta oltre 300 milioni di persone uccidendone un milione, l’85% dei quali bambini. Il divieto dell’utilizzo del DDT in tutto il mondo occidentale e la sua stigmatizzazione per il possibile ruolo dannoso a livello ambientale ne hanno provocato l’abbandono, e da allora l’incidenza della malaria dopo una fase di calo si è mantenuta costantemente elevata. Esistono studi che documentano come paesi quali l’Ecuador che non hanno bandito il DDT sono in grado di controllare lo sviluppo della malaria e che in Messico l’incidenza della malattia fosse strettamente e direttamente correlata con l’impiego di questo insetticida. Il Sudafrica ha conosciuto il bando del DDT che ha provocato un netto aumento dell’incidenza della malattia, e il rientro a una situazione di controllo conseguente a ritorno al suo impiego.  La notorietà di questa molecola si deve però alla sua messa al bando che ha coinciso con la nascita del movimento ambientalista negli Stati Uniti. Infatti, se chiedeste a un qualunque americano vissuto negli anni ‘60 in USA quale sia il veleno più terribile mai creato dalla mano dell’uomo questi vi risponderebbe “Certamente il DDT”. Resta il fatto che questa convinzione è ben lungi dall’essere dimostrata scientificamente e resta il fatto che per la lotta alla malaria non esiste alcuna alternativa al suo impiego nella lotta ai vettori che presenti gli stessi requisiti di sicurezza, costo, facilità d’uso, e che limitarne l’impiego significa morte certa per milioni di persone, in maggioranza bambini
La storia
Fonti storiche attribuiscono la sintesi del DDT al lavoro di un dottorando austriaco dell’Università di Strasburgo, Othmar Zeidler, che lo ottenne da cloralio e clorobenzene nei laboratori del professor von Bayer, che pubblicò poche righe sul DDT in un lavoro del 1874. Sarà nei laboratori della Geigy che furono identificate le proprietà insetticide del DDT, con una ricerca effettuata su molti composti capeggiata da Paul Hermann Müller, che durò dal 1932 al 1939 e valse al chimico il conseguimento del Premio Nobel per la Medicina nel 1948. Lo scopo di Muller era ottenere una sostanza letale per gli insetti, che non fosse nociva per animali a sangue caldo e piante, stabile dal punto di vista chimico, di facile produzione e a costi contenuti.
Ottenne lo scopo proprio col DDT, che fu brevettato nel 1940 e commercializzato dal 1942 per l’uso prevalente come antiparassitario in agricoltura e fu utilizzato in 334 prodotti, trainato dall’espansione dell’agricoltura commerciale. Stime hanno indicato che tra il 1940 e il 1973 oltre 2 milioni di tonnellate di DDT sono state utilizzate negli Stati Uniti, circa l’80% dei quali in agricoltura.
Dopo la scoperta delle proprietà insetticide del DDT nel 1939, altri test furono condotti presso il Dipartimento di laboratorio di agricoltura a Orlando, Florida, nel 1942 e 1943, confermando il valore pratico del DDT nel controllo degli insetti  vettori di malattie.
A questo scopo l’insetticida fu utilizzato per la  prima volta dal personale militare in Italia meridionale nel 1944 e in altre parti del mondo negli ultimi anni della II guerra mondiale. Fu a Napoli, per scongiurare un’epidemia di tifo, che furono irrorati di DDT circa tre milioni di persone tra civili e militari. In seguito il DDT fu utilizzato a Littoria, attuale Latina, per sterminare l’anofele nel corso di un’epidemia malarica, e l’utilizzo fu praticato anche in Veneto e in Sardegna. Le armi a disposizione della lotta contro la malaria erano il chinino, la bonifica (per colmata), i larvicidi chimici e biologici (ovvero l’introduzione nelle paludi di pesciolini d’importazione americana che si cibano di larve, le gambusie) ma fu affiancando il DDT che la malaria in Italia fu definitivamente debellata.
Fu proprio il risultato italiano a spingere l’Organizzazione Mondiale della Sanità a lanciare una campagna planetaria per l’utilizzo del DDT con lo scopo di eradicare completamente questa malattia.
Nel 1945 il DDT è stato introdotto come misura di controllo vettoriale in Guyana e Venezuela e poi nel 1946 a Cipro e in Sardegna. Nel 1955, l’OMS ha lanciato la Campagna per l’Eradicazione Mondiale della Malaria, tuttavia, è stata lo sviluppo della resistenza dell’anofele al DDT la principale responsabile della diminuzione del supporto politico e finanziario per la campagna mondiale che si concluse nel 1969, e la strategia di eradicazione fu sostituita da una strategia di più lungo termine negli anni 1970. Sebbene la campagna non abbia raggiunto il suo obiettivo ultimo, ha eliminato il rischio di malattia per circa 700 milioni di persone, principalmente in Nord America, Europa, nell’ex Unione Sovietica, tutte le isole dei Caraibi ad eccezione di Hispaniola, e Taiwan. I fattori comuni che hanno permesso il raggiungimento di questi obiettivi sono stati l’elevato status socio-economico, la buona organizzazione dei sistemi sanitari, e la trasmissione della malaria in modo relativamente meno intenso o stagionale.
La malaria è stata effettivamente soppressa nelle zone subtropicali e tropicali di Asia, America Latina, e Medioriente. Si è andati molto vicino all’eradicazione completa della malaria in India, dove il numero annuo di casi è stato ridotto da circa 75 milioni a circa 100.000 nei primi anni Sessanta.  A causa della percezione della malattia come intrattabile e le preoccupazioni per le infrastrutture e la sostenibilità, vaste aree dell’Africa sono state lasciate invece fuori dei programmi di eradicazione globale. Eppure, molti paesi africani avevano avviato progetti pilota di IRS (L’Oms parla tecnicamente di “indoor residual spraying”, che significa che l’insetticida va spruzzato sui muri, sul soffitto e nei posti in cui stazionano gli animali domestici, tutti luoghi dove si posa la zanzara) con DDT. Anche se la trasmissione della malaria non è stata interrotta in aree a clima tropicale con trasmissione intensa e stabile, i tassi di prevalenza sono stati notevolmente ridotti nel corso di questi progetti (ad esempio, in Camerun, Kenya, Liberia, Nigeria, Senegal e Tanzania).  In aree con trasmissione stagionale e instabile con clima subtropicale e temperato, progetti di IRS hanno interrotto la trasmissione in territori vasti e hanno eliminato la malattia ai limiti dell’adiacente Africa tropicale. Programmi di eradicazione della malaria sono stati attuati nelle isole di Zanzibar e Pemba, e i progetti pilota sono stati scalati a livello nazionale in Sud Africa, Swaziland, Zimbabwe, e le isole di Madagascar, Mauritius, e Réunion.
Con la pubblicazione di Silent Spring di Rachel Carson nel 1962, si sollevava per la prima volta un problema di sicurezza del DDT per la salute umana e per l’ambiente. Il DDT è stato ufficialmente bandito negli Stati Uniti nel 1972.
A causa delle preoccupazioni ambientali che hanno influenzato il consumo d’insetticidi nel timore di rischi per la salute pubblica, l’uso agricolo del DDT diminuì rapidamente dal 1970 in poi. L’impego del DDT per il controllo dei vettori di malattie non è mai stato bandito del tutto, ma la pressione internazionale ha limitato la sua applicazione in paesi malarici. Alla fine del 1990, un intenso dibattito è scoppiato quando i negoziati per l’eliminazione totale del DDT sono stati avviati dalle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) in un contesto di una crescente crescita di incidenza della malaria. Nel 2001, la Convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti, classificati come DDT restricted ha consentito un accantonamento per il suo uso per il controllo dei vettori di malattie, secondo linee guida dell’OMS quando “alternative localmente sicure, efficaci ed accessibili non sono disponibili.” Questa disposizione è stata approvata senza alcuna obiezione da parte di circa 150 delegazioni nazionali, compresi quelli provenienti da Sud-Est asiatico, dove è stato sospeso l’uso del DDT. Anche se usato nelle Americhe e in Asia, il controllo vettoriale con DDT è stato trascurato come strategia di intervento contro la malaria nella maggior parte dell’Africa.
Oggi, l’OMS promuove attivamente l’uso di IRS con DDT in tutte le aree con interessamento malarico, comprese le instabili, le aree soggette a epidemie, le aree stabili con trasmissione endemica di stagione, e aree stabili iperendemiche-stagionali o a trasmissione perenne. In questa strategia, il DDT è spruzzato sulle pareti e altre superfici all’interno di abitazioni in cui le zanzare anofele femmine si posano prima o dopo un pasto di sangue. L’OMS raccomanda attualmente un dosaggio standard di 1-2 g di principio attivo per m2 ogni 6 mesi. Un contatto sufficiente dell’animale con superfici su cui è presente DDT spruzzato uccide il vettore della malaria. Ancora più importante è l’effetto eccito repellente del DDT con il quale in pratica si scoraggia l’ingresso e si promuove l’uscita degli insetti vettori dagli ambienti irrorati.
Si sostiene che la tossicità e gli effetti combinati eccito-repellenti sulla zanzara svolti dal DDT possano mantenere la loro efficacia anche nelle zone in cui si è sviluppata resistenza degli insetti al DDT.  Un recente studio condotto in India per valutare l’impatto di IRS con DDT sulla trasmissione della malaria ha confermato la notevole riduzione di densità vettoriale e dell’incidenza della malaria, anche nel caso in cui il vettore della malaria abbia una ridotta sensibilità al DDT.
La tossicità
Fin dal suo esordio, il DDT suscitò perplessità in molti scienziati che temevano le conseguenze dovute all’utilizzo di una sostanza di cui non si conoscevano gli effetti di lungo periodo.
Poiché è altamente persistente e liposolubile, il DDT si accumula nella catena alimentare. L’emivita di diclorodifenildicloroetilene (DDE), un metabolita del DDT, è di circa 11 anni. Per questo motivo, un uso agricolo intensivo del DDT dal 1940 al 1970 ha portato a effetti negativi sull’ambiente, compresa la tossicità acuta per gli uccelli. Diversi effetti sulla riproduzione sono stati dimostrati negli uccelli, in particolare l’assottigliamento dei gusci d’uovo in diverse specie. E’ stata proposta un’associazione tra l’esposizione al DDT e un certo numero di possibili conseguenze sulla salute.
Fin dalle prime analisi era noto che il DDT si concentrava nel tessuto adiposo e finiva nel latte materno, che gli insetti dannosi sviluppavano resistenza contro l’insetticida, e che specie utili potevano essere uccise dal prodotto.
L’uso sconsiderato del DDT poteva perturbare gli equilibri fra le specie viventi con effetti imprevedibili sull’ecosistema. Fra gli esempi più noti sono il cat drop e l’effetto sugli uccelli.
Nel 1955 negli stati del Borneo Sabah e Sarawak, il DDT fu spruzzato all’interno delle abitazioni con l’effetto inatteso dell’uccisione, oltre che delle zanzare, di blatte e vespe. Questi insetti intossicarono i gechi, che a loro volta avvelenarono i gatti, uccidendoli, provocando così l’esplosione della popolazione dei ratti con rischio di sviluppo di malattie come la peste e il tifo.
L’olmo bianco americano fu colpito da fungo importato accidentalmente dall’Europa nel 1930. Nel 1947 per combattere i coleotteri della corteccia, responsabili del trasferimento dei funghi dalle piante malate a quelle sane fu intrapreso un programma di disinfestazione con DDT. Questo comportò la morte dei pettirossi nelle zone trattate, che erano avvelenati dai lombrichi presenti nel suolo in prossimità delle piante. Anche il declino del falco pellegrino fu imputato all’utilizzo del DDT (ma anche di altri insetticidi appartenenti alla famiglia degli organoclorurati), attraverso un meccanismo di assottigliamento dei gusci delle uova.
È stato suggerito che, a causa della sua debole attività estrogenica, l’esposizione al DDT possa essere legata al cancro al seno, ma non c’è una forte evidenza a sostegno di quest’associazione, né vi è alcuna indicazione certa che il DDT abbia effetti negativi sulla salute riproduttiva. A causa della sua natura persistente nel tessuto adiposo umano e dei livelli registrati nel latte materno, gli effetti sullo sviluppo neurologico sono una preoccupazione importante. Un rapporto ha indicato che l’esposizione prenatale al DDT è stata associata con ritardi dello sviluppo neurologico. Precedenti studi che hanno valutato l’effetto dell’esposizione a lungo termine al DDT non hanno trovato una significativa morbilità in eccesso tra addetti all’irrorazione che hanno lavorato in programmi di eradicazione in India e Brasile per 5 o più anni rispetto ai gruppi di controllo abbinati. Studi più recenti hanno inoltre dimostrato che le persone professionalmente esposte al DDT hanno livelli ematici più elevati di DDT e dei suoi metaboliti, ma senza che effetti negativi fossero confermati. Al contrario, un precedente studio ha mostrato che la mortalità materna e infantile è in costante miglioramento nelle aree costiere della Guyana, dove le attività IRS sono state sostenute per oltre 3 decenni, fino a quando la malattia è stata eliminata.
Le possibili conseguenze negative di esposizione umana al DDT non possono essere ignorate, anche nell’eventualità che le evidenze scientifiche siano limitate, e meritano certamente ulteriori studi. I rischi per la salute pubblica da distribuzione di DDT o altri insetticidi devono essere attentamente valutati rispetto ai benefici, tenendo presente che in questo caso l’obiettivo è la prevenzione di una malattia endemica e che i dosaggi a cui fare riferimento non sono certamente quelli utilizzati nell’uso agricolo della sostanza.
Gli effetti sulla salute e sull’ambiente del DDT quando è utilizzato esclusivamente per l’IRS non sono noti. La tendenza è quella di confrontare l’uso del DDT negli anni 1950 e 1960 con quella di oggi. Durante il periodo di eradicazione, il DDT è stato il principale strumento per combattere la malaria. Circa 40.000 tonnellate di DDT sono state utilizzate annualmente durante il periodo di eradicazione della malaria 1955-1970, pari al 15% della produzione globale di DDT. Il restante 85% del consumo si è avuto per il controllo dei parassiti agricoli e per l’uso domestico. Dopo il periodo di eradicazione della malaria, l’uso del DDT per fini di sanità pubblica era di circa 30.000 tonnellate all’anno negli anni 1978-1982, e particolari effetti negativi sulla salute non sono stati riportati in popolazioni esposte. Tuttavia, la possibile contaminazione del suolo e dell’acqua, gli effetti sulla fauna selvatica e l’ambiente, e l’uso illecito di DDT, soprattutto nel settore agricolo, sono preoccupazioni reali. In India, il DDT è dirottato dall’utilizzo per la salute pubblica all’agricoltura, poiché è stato vietato come pesticida a uso agricolo nel 1996. Nessun regolamento è stato messo in atto dopo questo divieto per assicurare che il DDT fosse usato esclusivamente per il controllo delle malattie vettoriali. I residui di DDT e dei suoi metaboliti nel sangue umano e l’ambiente sono rilevati anche in zone dove IRS non è praticato, suggerendo la diversione del DDT per il suo impiego a fini agricoli. Al contrario, un recente programma IRS con DDT e piretroidi in due città minerarie in Zambia è stato condotto sotto gli auspici del Consiglio per l’ambiente dello Zambia in collaborazione con una società mineraria privata. La sfida è di realizzare tale cooperazione intersettoriale e tra agenzie a livello nazionale e regionale per monitorare l’impatto ambientale del DDT quando sia utilizzato esclusivamente per l’IRS.
Rachel Carson – Silent spring
Silent Spring è un libro pubblicato a puntate nel 1962 da Rachel Carson, una valente biologa marina, in cui si descrive in che modo il DDT viaggi attraverso la catena alimentare aumentando progressivamente la sua concentrazione, accumulandosi nei tessuti grassi degli animali, compresi gli esseri umani, causando potenzialmente il cancro e danni genetici. Una singola applicazione su una coltura, ha scritto la Carson, uccide gli insetti per settimane e mesi, indiscriminatamente, e rimane tossico nell’ambiente, anche dopo che è stato diluito con acqua piovana. La Carson ha concluso che il DDT e altri pesticidi avrebbero irrevocabilmente danneggiato gli uccelli e gli animali e contaminato l’intero approvvigionamento alimentare mondiale. La parte più inquietante del libro è il famoso capitolo “Una Favola per Domani” in cui raffigurava una cittadina americana senza nome resa silenziosa per sempre dagli effetti insidiosi del DDT, che avrebbe zittito ogni forma di vita (pesci, uccelli, bambini).
La risposta immediata a Silent Spring fu enorme. Il giorno di pubblicazione del libro, il 27 settembre 1962, la prevendita di Silent Spring fu pari a 40.000 copie. Il libro della Carson ha educato molte persone sui pericoli dell’uso indiscriminato di pesticidi, inducendole a essere informate e a fare pressione per difendere l’ambiente.
Il libro scatenò allarme nei lettori in tutta l’America e indignazione da parte dell’industria chimica. “Se l’uomo seguisse fedelmente gli insegnamenti di Miss Carson” si lamentò un dirigente della Cyanamid American Company, “si tornerebbe al Medioevo, e gli insetti e le malattie e i parassiti avrebbero ancora una volta ereditato la terra”. Alcuni degli attacchi furono più personali, mettendo in discussione l’integrità della Carson e persino la sua sanità mentale. Nel frattempo, i produttori di pesticidi compirono sforzi per educare il pubblico sui vantaggi e l’importanza dei loro prodotti. Dal novembre 1962, il Manufacturing Chemists Association spedì racconti per i mezzi di informazione volti a dimostrare gli aspetti positivi dei prodotti chimici agricoli.
La Carson era comunque una scienziata attenta, e prevedendo la reazione del mondo della chimica aveva preparato per l’uscita di Silent Spring 55 pagine di note, e il manoscritto era stato letto ed approvato da molti esperti. In una conferenza stampa il 29 agosto 1962, un giornalista chiese al Presidente John F. Kennedy se avesse considerato di “chiedere al Ministero dell’Agricoltura o al servizio sanitario pubblico di dare un’occhiata più da vicino […] data la crescente preoccupazione tra gli scienziati” circa i possibili effetti a lungo termine di DDT e altri pesticidi. Kennedy rispose: “Yes, and I know they already are. I think particularly, of course, since Miss Carson’s book “. Il presidente Kennedy ordinò alla President’s Science Advisory Committee di esaminare le questioni sollevate dal libro e l’uso del DDT fu inizialmente monitorato e infine bandito, con le eccezioni di cui sopra. L’attenzione mediatica fu sviata da quali pesticidi potessero essere pericolosi al fatto che i pesticidi erano tutti pericolosi, e l’onere della prova fu spostato dalla Carson ai giganti della chimica.
L’eredità più importante di Silent Spring, però, era la nuova consapevolezza della gente comune che la natura era vulnerabile per l’intervento umano. Rachel Carson aveva fatto propria una convinzione radicale: che, a volte, il progresso tecnologico è così fondamentalmente in contrasto con i processi naturali che esso debba essere ridotto. Le minacce della Carson sulla possibile contaminazione della catena alimentare, dell’induzione del cancro e di alterazioni genetiche, della morte d’intere specie furono troppo spaventose per potere essere ignorate. Per la prima volta, la necessità di regolamentare l’industria al fine di proteggere l’ambiente divenne ampiamente accettata, e nacque il movimento ambientalista.
Uno dei libri simbolo del 20° secolo, il messaggio di Silent Spring  risuona forte oggi, decenni dopo la sua pubblicazione. Pochi libri sono riusciti a fare di più nel cambiare il mondo.
Rachel Carson però non fa mai menzione del fatto che il DDT fosse responsabile della salvezza di milioni di vite umane, forse decine di milioni. Se è vero che il DDT ha ucciso aquile nordamericane per la sua persistenza nell’ambiente, “Silent Spring” sta uccidendo milioni di bambini africani per la sua persistenza nella testa dell’opinione pubblica. Nonostante gli scienziati siano concordi nell’affermare che il DDT possa essere utilizzato in sicurezza, la contrarietà dell’opinione pubblica è tale che il suo uso non è praticato. Poiché il DDT è stato la bandiera della nascita del movimento ambientalista, e siccome la sua messa al bando è considerata come una vittoria del rigore contro il potere economico, il dibattito sul DDT non riparte.
L’attuale strategia anti-malaria è un fallimento sottofinanziato che probabilmente uccide 2 milioni o 3 milioni di persone ogni anno.
Il DDT non funziona dappertutto. Non è stato quasi efficace nella savana dell’Africa occidentale rispetto all’Africa australe, ed è difficile da applicare in villaggi remoti. E alcuni paesi, come il Vietnam, sono riusciti a frenare la malaria senza DDT. Uno dei modi migliori per proteggere le persone è di spruzzare l’interno di una capanna, circa una volta l’anno, con il DDT. 450.000 persone possono essere protette con lo stesso importo che è stato speso nel 1960 ad un unica piantagione di 1.000 acri di cotone americano. In Sud Africa ha impedito decine di migliaia di casi di malaria e salvato un sacco di vite.
Il DDT è stato spruzzato in America nel 1950 e i bambini giocavano nello spray, e fino a 80.000 tonnellate l’anno d’insetticida sono state spruzzate sulle colture americane. Ci sono alcune ricerche che suggeriscono che potrebbe dar luogo a nascite premature, ma gli eventi sono più gravi in corso di infezione malarica che per esposizione al DDT.
Le Nazioni Unite e i donatori occidentali incoraggiano l’uso di zanzariere trattate con insetticida e dei farmaci per curare la malaria. Si dibatte sulle zanzariere, che sono e restano un’eccellente misura per la prevenzione della malaria, ma che in molte zone dell’Africa e non solo rappresentano un costo insostenibile. Le zanzariere sono al sesto posto tra i beni desiderati in molte aree rurali africane, dove al terzo posto campeggia umile un secchio di plastica. Le zanzariere non hanno una mera funzione di barriera meccanica, ma sono trattate con insetticidi, e quindi devono essere ritrattate. Questo spesso la popolazione non lo sa.
La malaria infuria

Il DDT è tornato. Nel settembre 2006, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha tenuto una conferenza stampa per promuovere l’uso diffuso del DDT in Africa. Il dottor Arata Kochi, responsabile del programma OMS sulla malaria ha assicurato al mondo che il DDT non è solo l’insetticida più efficace contro la malaria, ma può anche essere utilizzato senza rischi per la salute se usato correttamente ed ha dichiarato che “Ampliare il suo uso è essenziale per rilanciare la campagna internazionale volta a controllare la malattia”. L’uso del DDT negli interni come prevenzione della malaria, secondo quanto si legge sul comunicato Oms, è promosso anche da alcune associazioni ambientaliste americane come la Environmental Defense, il Sierra Club e l’Endangered wildlife trust.
L’annuncio dell’OMS ha segnato la fine di una dura campagna condotta da funzionari della sanità pubblica e da esperti in malaria che aveva sostenuto per anni che il DDT fosse un’arma necessaria per la sanità nei paesi poveri tropicali. Gli argomenti sono stati formulati nel 1996 da Amir Attaran del Centro dell’Università di Harvard per lo Sviluppo Internazionale. Dopo che centinaia di medici in tutto il mondo avevano firmato una petizione per chiedere la ripresa di spruzzare DDT, Attaran ha concluso che l’indoor residual spraying con il DDT è ” poco costoso, molto efficace… le quantità coinvolte sono minime a differenza di quelle impiegate per gli usi agricoli che iniettano tonnellate di DDT in spazi aperti “. E il DDT non è efficace solo contro i vettori della malaria, ma è altrettanto efficace nel ridurre malattie da artropodi come dengue, febbre gialla, malattia del sonno e tifo.
Uno studio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO/OMS) e dell’UNICEF attribuisce l’alta mortalità da malaria in Africa a cure mediche inadeguate, al mancato utilizzo di zanzariere impregnate d’insetticida e all’aumento della resistenza ai farmaci antimalarici correntemente in uso, nello specifico alla resistenza alla clorochina. Per decenni farmaco di prima scelta nella terapia della malaria, la clorochina è oramai inefficace per lo sviluppo di resistenza del parassita malarico. Farmaci di nuova generazione costano da 1 a 3 dollari per trattamento, un costo insostenibile per le famiglie.
Ogni anno oltre 500 milioni di persone soffrono a causa di infezione malarica. Stime affidabili contano i morti in circa 1 milione all’anno se non più del doppio. Almeno l’86% di queste morti sono nell’area dell’Africa Sub-Sahariana.
A livello globale muoiono circa 3mila bambini al giorno e nella sola Africa 10mila gravide l’anno. Non meno di 6.000 donne soffrono, nel corso della loro prima gravidanza, di anemia causata dalla malaria, vedendo così aumentare le probabilità d’aborto, di parti di feti morti e della nascita di neonati sottopeso.
La malaria è una malattia che colpisce soprattutto i poveri, e la cosa peggiore che mai poteva succedere alle nazioni povere è stata la scomparsa della malaria in quelle ricche.
Malgrado il DDT non sia più coperto da brevetto (si produce solo in India e in Cina) il bando dai Paesi ricchi ha prodotto un rialzo dei prezzi che ha reso in moltissimi casi impossibile l’acquisto da parte dei Paesi poveri. Esistono inoltre testimoniante illustri di forti pressioni da parte delle lobbies della chimica che vendono insetticidi più costosi, che hanno interesse a volere il bando del DDT, poiché la sua presenza sul mercato interferisce con i loro affari.
Negli anni ’80 e ’90 unità ambientaliste hanno acquisito rilevanza sia all’interno delle istituzioni sanitarie che tra finanziatori di progetti sanitari come la Banca Mondiale. Questi “cani da guardia” sono stati indispensabili strumenti per la protezione dell’ambiente, ma qualche volta lo sono stati in modo miope focalizzando la loro attenzione solamente sui rischi e non sui benefici. Riporto un brano che mi ha molto colpita:
Walter Vergara, il funzionario della Banca Mondiale che ha guidato l’unità che ha proibito il DDT in Ecuador, ha difeso la sua decisione dicendomi: “Il DDT ha un impatto spaventoso sulla biosfera e sta per essere eliminato dalla comunità mondiale. Ci sono alternative. Noi non siamo l’unica specie sul pianeta”.
‘Silent Spring’ ha dato un chiaro messaggio, ma l’ha dato solo agli americani, che non hanno davanti agli occhi lo spaventoso massacro provocato dalla malaria. Certamente la soluzione migliore sarebbe quella di potere sconfiggere la malaria con insetticidi sicuri che non provocano alcun tipo di danno ambientale. Fino a quando non saranno disponibili altre strategie altrettanto efficaci nel salvare vite umane a un costo sostenibile anche per i poveri e i poverissimi del pianeta, fino a quando non saranno inequivocabilmente dimostrati danni alla salute pubblica derivati dall’uso di DDT come mezzo di lotta vettoriale nella indoor residual spraying, e considerando che la biodiversità non è solo patrimonio delle aquile ma anche degli esseri umani, il messaggio di Silent Spring riguardo al DDT diventa una purtroppo un allarme non provato che nel tentativo di tutelare una parte del pianeta ne uccide una molto ma molto più rilevante.

Silent Spring[/size][/b][/center][center][b]Quelle buone intenzioni che hanno causato cento milioni di morti.[/b][/center]
Dagli anni 50 fino ai primi anni 70, il DDT è stato utilizzato in tutto il mondo per la lotta alle zanzare anofele, vettore della malaria, allo scopo di diminuire l’incidenza della malattia che ogni anno infetta oltre 300 milioni di persone uccidendone un milione, l’85% dei quali bambini. Il divieto dell’utilizzo del DDT in tutto il mondo occidentale e la sua stigmatizzazione per il possibile ruolo dannoso a livello ambientale ne hanno provocato l’abbandono, e da allora l’incidenza della malaria dopo una fase di calo si è mantenuta costantemente elevata. Esistono studi che documentano come paesi quali l’Ecuador che non hanno bandito il DDT sono in grado di controllare lo sviluppo della malaria e che in Messico l’incidenza della malattia fosse strettamente e direttamente correlata con l’impiego di questo insetticida. Il Sudafrica ha conosciuto il bando del DDT che ha provocato un netto aumento dell’incidenza della malattia, e il rientro a una situazione di controllo conseguente a ritorno al suo impiego.  La notorietà di questa molecola si deve però alla sua messa al bando che ha coinciso con la nascita del movimento ambientalista negli Stati Uniti. Infatti, se chiedeste a un qualunque americano vissuto negli anni ‘60 in USA quale sia il veleno più terribile mai creato dalla mano dell’uomo questi vi risponderebbe “Certamente il DDT”. Resta il fatto che questa convinzione è ben lungi dall’essere dimostrata scientificamente e resta il fatto che per la lotta alla malaria non esiste alcuna alternativa al suo impiego nella lotta ai vettori che presenti gli stessi requisiti di sicurezza, costo, facilità d’uso, e che limitarne l’impiego significa morte certa per milioni di persone, in maggioranza bambini
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Fonti storiche attribuiscono la sintesi del DDT al lavoro di un dottorando austriaco dell’Università di Strasburgo, Othmar Zeidler, che lo ottenne da cloralio e clorobenzene nei laboratori del professor von Bayer, che pubblicò poche righe sul DDT in un lavoro del 1874. Sarà nei laboratori della Geigy che furono identificate le proprietà insetticide del DDT, con una ricerca effettuata su molti composti capeggiata da Paul Hermann Müller, che durò dal 1932 al 1939 e valse al chimico il conseguimento del Premio Nobel per la Medicina nel 1948. Lo scopo di Muller era ottenere una sostanza letale per gli insetti, che non fosse nociva per animali a sangue caldo e piante, stabile dal punto di vista chimico, di facile produzione e a costi contenuti. Ottenne lo scopo proprio col DDT, che fu brevettato nel 1940 e commercializzato dal 1942 per l’uso prevalente come antiparassitario in agricoltura e fu utilizzato in 334 prodotti, trainato dall’espansione dell’agricoltura commerciale. Stime hanno indicato che tra il 1940 e il 1973 oltre 2 milioni di tonnellate di DDT sono state utilizzate negli Stati Uniti, circa l’80% dei quali in agricoltura.Dopo la scoperta delle proprietà insetticide del DDT nel 1939, altri test furono condotti presso il Dipartimento di laboratorio di agricoltura a Orlando, Florida, nel 1942 e 1943, confermando il valore pratico del DDT nel controllo degli insetti  vettori di malattie. A questo scopo l’insetticida fu utilizzato per la  prima volta dal personale militare in Italia meridionale nel 1944 e in altre parti del mondo negli ultimi anni della II guerra mondiale. Fu a Napoli, per scongiurare un’epidemia di tifo, che furono irrorati di DDT circa tre milioni di persone tra civili e militari. In seguito il DDT fu utilizzato a Littoria, attuale Latina, per sterminare l’anofele nel corso di un’epidemia malarica, e l’utilizzo fu praticato anche in Veneto e in Sardegna. Le armi a disposizione della lotta contro la malaria erano il chinino, la bonifica (per colmata), i larvicidi chimici e biologici (ovvero l’introduzione nelle paludi di pesciolini d’importazione americana che si cibano di larve, le gambusie) ma fu affiancando il DDT che la malaria in Italia fu definitivamente debellata.Fu proprio il risultato italiano a spingere l’Organizzazione Mondiale della Sanità a lanciare una campagna planetaria per l’utilizzo del DDT con lo scopo di eradicare completamente questa malattia. Nel 1945 il DDT è stato introdotto come misura di controllo vettoriale in Guyana e Venezuela e poi nel 1946 a Cipro e in Sardegna. Nel 1955, l’OMS ha lanciato la Campagna per l’Eradicazione Mondiale della Malaria, tuttavia, è stata lo sviluppo della resistenza dell’anofele al DDT la principale responsabile della diminuzione del supporto politico e finanziario per la campagna mondiale che si concluse nel 1969, e la strategia di eradicazione fu sostituita da una strategia di più lungo termine negli anni 1970. Sebbene la campagna non abbia raggiunto il suo obiettivo ultimo, ha eliminato il rischio di malattia per circa 700 milioni di persone, principalmente in Nord America, Europa, nell’ex Unione Sovietica, tutte le isole dei Caraibi ad eccezione di Hispaniola, e Taiwan. I fattori comuni che hanno permesso il raggiungimento di questi obiettivi sono stati l’elevato status socio-economico, la buona organizzazione dei sistemi sanitari, e la trasmissione della malaria in modo relativamente meno intenso o stagionale.La malaria è stata effettivamente soppressa nelle zone subtropicali e tropicali di Asia, America Latina, e Medioriente. Si è andati molto vicino all’eradicazione completa della malaria in India, dove il numero annuo di casi è stato ridotto da circa 75 milioni a circa 100.000 nei primi anni Sessanta.  A causa della percezione della malattia come intrattabile e le preoccupazioni per le infrastrutture e la sostenibilità, vaste aree dell’Africa sono state lasciate invece fuori dei programmi di eradicazione globale. Eppure, molti paesi africani avevano avviato progetti pilota di IRS (L’Oms parla tecnicamente di “indoor residual spraying”, che significa che l’insetticida va spruzzato sui muri, sul soffitto e nei posti in cui stazionano gli animali domestici, tutti luoghi dove si posa la zanzara) con DDT. Anche se la trasmissione della malaria non è stata interrotta in aree a clima tropicale con trasmissione intensa e stabile, i tassi di prevalenza sono stati notevolmente ridotti nel corso di questi progetti (ad esempio, in Camerun, Kenya, Liberia, Nigeria, Senegal e Tanzania).  In aree con trasmissione stagionale e instabile con clima subtropicale e temperato, progetti di IRS hanno interrotto la trasmissione in territori vasti e hanno eliminato la malattia ai limiti dell’adiacente Africa tropicale. Programmi di eradicazione della malaria sono stati attuati nelle isole di Zanzibar e Pemba, e i progetti pilota sono stati scalati a livello nazionale in Sud Africa, Swaziland, Zimbabwe, e le isole di Madagascar, Mauritius, e Réunion.Con la pubblicazione di Silent Spring di Rachel Carson nel 1962, si sollevava per la prima volta un problema di sicurezza del DDT per la salute umana e per l’ambiente. Il DDT è stato ufficialmente bandito negli Stati Uniti nel 1972. A causa delle preoccupazioni ambientali che hanno influenzato il consumo d’insetticidi nel timore di rischi per la salute pubblica, l’uso agricolo del DDT diminuì rapidamente dal 1970 in poi. L’impego del DDT per il controllo dei vettori di malattie non è mai stato bandito del tutto, ma la pressione internazionale ha limitato la sua applicazione in paesi malarici. Alla fine del 1990, un intenso dibattito è scoppiato quando i negoziati per l’eliminazione totale del DDT sono stati avviati dalle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) in un contesto di una crescente crescita di incidenza della malaria. Nel 2001, la Convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti, classificati come DDT restricted ha consentito un accantonamento per il suo uso per il controllo dei vettori di malattie, secondo linee guida dell’OMS quando “alternative localmente sicure, efficaci ed accessibili non sono disponibili.” Questa disposizione è stata approvata senza alcuna obiezione da parte di circa 150 delegazioni nazionali, compresi quelli provenienti da Sud-Est asiatico, dove è stato sospeso l’uso del DDT. Anche se usato nelle Americhe e in Asia, il controllo vettoriale con DDT è stato trascurato come strategia di intervento contro la malaria nella maggior parte dell’Africa.
Oggi, l’OMS promuove attivamente l’uso di IRS con DDT in tutte le aree con interessamento malarico, comprese le instabili, le aree soggette a epidemie, le aree stabili con trasmissione endemica di stagione, e aree stabili iperendemiche-stagionali o a trasmissione perenne. In questa strategia, il DDT è spruzzato sulle pareti e altre superfici all’interno di abitazioni in cui le zanzare anofele femmine si posano prima o dopo un pasto di sangue. L’OMS raccomanda attualmente un dosaggio standard di 1-2 g di principio attivo per m2 ogni 6 mesi. Un contatto sufficiente dell’animale con superfici su cui è presente DDT spruzzato uccide il vettore della malaria. Ancora più importante è l’effetto eccito repellente del DDT con il quale in pratica si scoraggia l’ingresso e si promuove l’uscita degli insetti vettori dagli ambienti irrorati.  Si sostiene che la tossicità e gli effetti combinati eccito-repellenti sulla zanzara svolti dal DDT possano mantenere la loro efficacia anche nelle zone in cui si è sviluppata resistenza degli insetti al DDT.  Un recente studio condotto in India per valutare l’impatto di IRS con DDT sulla trasmissione della malaria ha confermato la notevole riduzione di densità vettoriale e dell’incidenza della malaria, anche nel caso in cui il vettore della malaria abbia una ridotta sensibilità al DDT.
[b][center]La tossicità[/center][/b][center][img]http://1.bp.blogspot.com/_txGnE23UUlc/TC0sd-v2PFI/AAAAAAAACBk/SEkA_ZJpWrg/s1600/_mosquito.jpg[/img][/center]Fin dal suo esordio, il DDT suscitò perplessità in molti scienziati che temevano le conseguenze dovute all’utilizzo di una sostanza di cui non si conoscevano gli effetti di lungo periodo.Poiché è altamente persistente e liposolubile, il DDT si accumula nella catena alimentare. L’emivita di diclorodifenildicloroetilene (DDE), un metabolita del DDT, è di circa 11 anni. Per questo motivo, un uso agricolo intensivo del DDT dal 1940 al 1970 ha portato a effetti negativi sull’ambiente, compresa la tossicità acuta per gli uccelli. Diversi effetti sulla riproduzione sono stati dimostrati negli uccelli, in particolare l’assottigliamento dei gusci d’uovo in diverse specie. E’ stata proposta un’associazione tra l’esposizione al DDT e un certo numero di possibili conseguenze sulla salute. Fin dalle prime analisi era noto che il DDT si concentrava nel tessuto adiposo e finiva nel latte materno, che gli insetti dannosi sviluppavano resistenza contro l’insetticida, e che specie utili potevano essere uccise dal prodotto. L’uso sconsiderato del DDT poteva perturbare gli equilibri fra le specie viventi con effetti imprevedibili sull’ecosistema. Fra gli esempi più noti sono il cat drop e l’effetto sugli uccelli. Nel 1955 negli stati del Borneo Sabah e Sarawak, il DDT fu spruzzato all’interno delle abitazioni con l’effetto inatteso dell’uccisione, oltre che delle zanzare, di blatte e vespe. Questi insetti intossicarono i gechi, che a loro volta avvelenarono i gatti, uccidendoli, provocando così l’esplosione della popolazione dei ratti con rischio di sviluppo di malattie come la peste e il tifo. L’olmo bianco americano fu colpito da fungo importato accidentalmente dall’Europa nel 1930. Nel 1947 per combattere i coleotteri della corteccia, responsabili del trasferimento dei funghi dalle piante malate a quelle sane fu intrapreso un programma di disinfestazione con DDT. Questo comportò la morte dei pettirossi nelle zone trattate, che erano avvelenati dai lombrichi presenti nel suolo in prossimità delle piante. Anche il declino del falco pellegrino fu imputato all’utilizzo del DDT (ma anche di altri insetticidi appartenenti alla famiglia degli organoclorurati), attraverso un meccanismo di assottigliamento dei gusci delle uova.È stato suggerito che, a causa della sua debole attività estrogenica, l’esposizione al DDT possa essere legata al cancro al seno, ma non c’è una forte evidenza a sostegno di quest’associazione, né vi è alcuna indicazione certa che il DDT abbia effetti negativi sulla salute riproduttiva. A causa della sua natura persistente nel tessuto adiposo umano e dei livelli registrati nel latte materno, gli effetti sullo sviluppo neurologico sono una preoccupazione importante. Un rapporto ha indicato che l’esposizione prenatale al DDT è stata associata con ritardi dello sviluppo neurologico. Precedenti studi che hanno valutato l’effetto dell’esposizione a lungo termine al DDT non hanno trovato una significativa morbilità in eccesso tra addetti all’irrorazione che hanno lavorato in programmi di eradicazione in India e Brasile per 5 o più anni rispetto ai gruppi di controllo abbinati. Studi più recenti hanno inoltre dimostrato che le persone professionalmente esposte al DDT hanno livelli ematici più elevati di DDT e dei suoi metaboliti, ma senza che effetti negativi fossero confermati. Al contrario, un precedente studio ha mostrato che la mortalità materna e infantile è in costante miglioramento nelle aree costiere della Guyana, dove le attività IRS sono state sostenute per oltre 3 decenni, fino a quando la malattia è stata eliminata.Le possibili conseguenze negative di esposizione umana al DDT non possono essere ignorate, anche nell’eventualità che le evidenze scientifiche siano limitate, e meritano certamente ulteriori studi. I rischi per la salute pubblica da distribuzione di DDT o altri insetticidi devono essere attentamente valutati rispetto ai benefici, tenendo presente che in questo caso l’obiettivo è la prevenzione di una malattia endemica e che i dosaggi a cui fare riferimento non sono certamente quelli utilizzati nell’uso agricolo della sostanza.
Gli effetti sulla salute e sull’ambiente del DDT quando è utilizzato esclusivamente per l’IRS non sono noti. La tendenza è quella di confrontare l’uso del DDT negli anni 1950 e 1960 con quella di oggi. Durante il periodo di eradicazione, il DDT è stato il principale strumento per combattere la malaria. Circa 40.000 tonnellate di DDT sono state utilizzate annualmente durante il periodo di eradicazione della malaria 1955-1970, pari al 15% della produzione globale di DDT. Il restante 85% del consumo si è avuto per il controllo dei parassiti agricoli e per l’uso domestico. Dopo il periodo di eradicazione della malaria, l’uso del DDT per fini di sanità pubblica era di circa 30.000 tonnellate all’anno negli anni 1978-1982, e particolari effetti negativi sulla salute non sono stati riportati in popolazioni esposte. Tuttavia, la possibile contaminazione del suolo e dell’acqua, gli effetti sulla fauna selvatica e l’ambiente, e l’uso illecito di DDT, soprattutto nel settore agricolo, sono preoccupazioni reali. In India, il DDT è dirottato dall’utilizzo per la salute pubblica all’agricoltura, poiché è stato vietato come pesticida a uso agricolo nel 1996. Nessun regolamento è stato messo in atto dopo questo divieto per assicurare che il DDT fosse usato esclusivamente per il controllo delle malattie vettoriali. I residui di DDT e dei suoi metaboliti nel sangue umano e l’ambiente sono rilevati anche in zone dove IRS non è praticato, suggerendo la diversione del DDT per il suo impiego a fini agricoli. Al contrario, un recente programma IRS con DDT e piretroidi in due città minerarie in Zambia è stato condotto sotto gli auspici del Consiglio per l’ambiente dello Zambia in collaborazione con una società mineraria privata. La sfida è di realizzare tale cooperazione intersettoriale e tra agenzie a livello nazionale e regionale per monitorare l’impatto ambientale del DDT quando sia utilizzato esclusivamente per l’IRS.
[b][center]Rachel Carson – Silent spring[/center][/b][center][img]http://earthfirst.com/wp-content/uploads/2008/12/carson-silent-spring.jpg[/img][/center]
Silent Spring è un libro pubblicato a puntate nel 1962 da Rachel Carson, una valente biologa marina, in cui si descrive in che modo il DDT viaggi attraverso la catena alimentare aumentando progressivamente la sua concentrazione, accumulandosi nei tessuti grassi degli animali, compresi gli esseri umani, causando potenzialmente il cancro e danni genetici. Una singola applicazione su una coltura, ha scritto la Carson, uccide gli insetti per settimane e mesi, indiscriminatamente, e rimane tossico nell’ambiente, anche dopo che è stato diluito con acqua piovana. La Carson ha concluso che il DDT e altri pesticidi avrebbero irrevocabilmente danneggiato gli uccelli e gli animali e contaminato l’intero approvvigionamento alimentare mondiale. La parte più inquietante del libro è il famoso capitolo “Una Favola per Domani” in cui raffigurava una cittadina americana senza nome resa silenziosa per sempre dagli effetti insidiosi del DDT, che avrebbe zittito ogni forma di vita (pesci, uccelli, bambini).La risposta immediata a Silent Spring fu enorme. Il giorno di pubblicazione del libro, il 27 settembre 1962, la prevendita di Silent Spring fu pari a 40.000 copie. Il libro della Carson ha educato molte persone sui pericoli dell’uso indiscriminato di pesticidi, inducendole a essere informate e a fare pressione per difendere l’ambiente. Il libro scatenò allarme nei lettori in tutta l’America e indignazione da parte dell’industria chimica. “Se l’uomo seguisse fedelmente gli insegnamenti di Miss Carson” si lamentò un dirigente della Cyanamid American Company, “si tornerebbe al Medioevo, e gli insetti e le malattie e i parassiti avrebbero ancora una volta ereditato la terra”. Alcuni degli attacchi furono più personali, mettendo in discussione l’integrità della Carson e persino la sua sanità mentale. Nel frattempo, i produttori di pesticidi compirono sforzi per educare il pubblico sui vantaggi e l’importanza dei loro prodotti. Dal novembre 1962, il Manufacturing Chemists Association spedì racconti per i mezzi di informazione volti a dimostrare gli aspetti positivi dei prodotti chimici agricoli.La Carson era comunque una scienziata attenta, e prevedendo la reazione del mondo della chimica aveva preparato per l’uscita di Silent Spring 55 pagine di note, e il manoscritto era stato letto ed approvato da molti esperti. In una conferenza stampa il 29 agosto 1962, un giornalista chiese al Presidente John F. Kennedy se avesse considerato di “chiedere al Ministero dell’Agricoltura o al servizio sanitario pubblico di dare un’occhiata più da vicino […] data la crescente preoccupazione tra gli scienziati” circa i possibili effetti a lungo termine di DDT e altri pesticidi. Kennedy rispose: “Yes, and I know they already are. I think particularly, of course, since Miss Carson’s book “. Il presidente Kennedy ordinò alla President’s Science Advisory Committee di esaminare le questioni sollevate dal libro e l’uso del DDT fu inizialmente monitorato e infine bandito, con le eccezioni di cui sopra. L’attenzione mediatica fu sviata da quali pesticidi potessero essere pericolosi al fatto che i pesticidi erano tutti pericolosi, e l’onere della prova fu spostato dalla Carson ai giganti della chimica.L’eredità più importante di Silent Spring, però, era la nuova consapevolezza della gente comune che la natura era vulnerabile per l’intervento umano. Rachel Carson aveva fatto propria una convinzione radicale: che, a volte, il progresso tecnologico è così fondamentalmente in contrasto con i processi naturali che esso debba essere ridotto. Le minacce della Carson sulla possibile contaminazione della catena alimentare, dell’induzione del cancro e di alterazioni genetiche, della morte d’intere specie furono troppo spaventose per potere essere ignorate. Per la prima volta, la necessità di regolamentare l’industria al fine di proteggere l’ambiente divenne ampiamente accettata, e nacque il movimento ambientalista.Uno dei libri simbolo del 20° secolo, il messaggio di Silent Spring  risuona forte oggi, decenni dopo la sua pubblicazione. Pochi libri sono riusciti a fare di più nel cambiare il mondo.Rachel Carson però non fa mai menzione del fatto che il DDT fosse responsabile della salvezza di milioni di vite umane, forse decine di milioni. Se è vero che il DDT ha ucciso aquile nordamericane per la sua persistenza nell’ambiente, “Silent Spring” sta uccidendo milioni di bambini africani per la sua persistenza nella testa dell’opinione pubblica. Nonostante gli scienziati siano concordi nell’affermare che il DDT possa essere utilizzato in sicurezza, la contrarietà dell’opinione pubblica è tale che il suo uso non è praticato. Poiché il DDT è stato la bandiera della nascita del movimento ambientalista, e siccome la sua messa al bando è considerata come una vittoria del rigore contro il potere economico, il dibattito sul DDT non riparte.  L’attuale strategia anti-malaria è un fallimento sottofinanziato che probabilmente uccide 2 milioni o 3 milioni di persone ogni anno.Il DDT non funziona dappertutto. Non è stato quasi efficace nella savana dell’Africa occidentale rispetto all’Africa australe, ed è difficile da applicare in villaggi remoti. E alcuni paesi, come il Vietnam, sono riusciti a frenare la malaria senza DDT. Uno dei modi migliori per proteggere le persone è di spruzzare l’interno di una capanna, circa una volta l’anno, con il DDT. 450.000 persone possono essere protette con lo stesso importo che è stato speso nel 1960 ad un unica piantagione di 1.000 acri di cotone americano. In Sud Africa ha impedito decine di migliaia di casi di malaria e salvato un sacco di vite.Il DDT è stato spruzzato in America nel 1950 e i bambini giocavano nello spray, e fino a 80.000 tonnellate l’anno d’insetticida sono state spruzzate sulle colture americane. Ci sono alcune ricerche che suggeriscono che potrebbe dar luogo a nascite premature, ma gli eventi sono più gravi in corso di infezione malarica che per esposizione al DDT.  Le Nazioni Unite e i donatori occidentali incoraggiano l’uso di zanzariere trattate con insetticida e dei farmaci per curare la malaria. Si dibatte sulle zanzariere, che sono e restano un’eccellente misura per la prevenzione della malaria, ma che in molte zone dell’Africa e non solo rappresentano un costo insostenibile. Le zanzariere sono al sesto posto tra i beni desiderati in molte aree rurali africane, dove al terzo posto campeggia umile un secchio di plastica. Le zanzariere non hanno una mera funzione di barriera meccanica, ma sono trattate con insetticidi, e quindi devono essere ritrattate. Questo spesso la popolazione non lo sa.
[b][center]La malaria infuria[/center][/b][center][img]http://www.consorzioparsifal.it/public/content/bimbetto_mangia_530z400.jpg[/img][/center]
Il DDT è tornato. Nel settembre 2006, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha tenuto una conferenza stampa per promuovere l’uso diffuso del DDT in Africa. Il dottor Arata Kochi, responsabile del programma OMS sulla malaria ha assicurato al mondo che il DDT non è solo l’insetticida più efficace contro la malaria, ma può anche essere utilizzato senza rischi per la salute se usato correttamente ed ha dichiarato che “Ampliare il suo uso è essenziale per rilanciare la campagna internazionale volta a controllare la malattia”. L’uso del DDT negli interni come prevenzione della malaria, secondo quanto si legge sul comunicato Oms, è promosso anche da alcune associazioni ambientaliste americane come la Environmental Defense, il Sierra Club e l’Endangered wildlife trust.L’annuncio dell’OMS ha segnato la fine di una dura campagna condotta da funzionari della sanità pubblica e da esperti in malaria che aveva sostenuto per anni che il DDT fosse un’arma necessaria per la sanità nei paesi poveri tropicali. Gli argomenti sono stati formulati nel 1996 da Amir Attaran del Centro dell’Università di Harvard per lo Sviluppo Internazionale. Dopo che centinaia di medici in tutto il mondo avevano firmato una petizione per chiedere la ripresa di spruzzare DDT, Attaran ha concluso che l’indoor residual spraying con il DDT è ” poco costoso, molto efficace… le quantità coinvolte sono minime a differenza di quelle impiegate per gli usi agricoli che iniettano tonnellate di DDT in spazi aperti “. E il DDT non è efficace solo contro i vettori della malaria, ma è altrettanto efficace nel ridurre malattie da artropodi come dengue, febbre gialla, malattia del sonno e tifo. Uno studio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO/OMS) e dell’UNICEF attribuisce l’alta mortalità da malaria in Africa a cure mediche inadeguate, al mancato utilizzo di zanzariere impregnate d’insetticida e all’aumento della resistenza ai farmaci antimalarici correntemente in uso, nello specifico alla resistenza alla clorochina. Per decenni farmaco di prima scelta nella terapia della malaria, la clorochina è oramai inefficace per lo sviluppo di resistenza del parassita malarico. Farmaci di nuova generazione costano da 1 a 3 dollari per trattamento, un costo insostenibile per le famiglie. Ogni anno oltre 500 milioni di persone soffrono a causa di infezione malarica. Stime affidabili contano i morti in circa 1 milione all’anno se non più del doppio. Almeno l’86% di queste morti sono nell’area dell’Africa Sub-Sahariana.A livello globale muoiono circa 3mila bambini al giorno e nella sola Africa 10mila gravide l’anno. Non meno di 6.000 donne soffrono, nel corso della loro prima gravidanza, di anemia causata dalla malaria, vedendo così aumentare le probabilità d’aborto, di parti di feti morti e della nascita di neonati sottopeso.La malaria è una malattia che colpisce soprattutto i poveri, e la cosa peggiore che mai poteva succedere alle nazioni povere è stata la scomparsa della malaria in quelle ricche. Malgrado il DDT non sia più coperto da brevetto (si produce solo in India e in Cina) il bando dai Paesi ricchi ha prodotto un rialzo dei prezzi che ha reso in moltissimi casi impossibile l’acquisto da parte dei Paesi poveri. Esistono inoltre testimoniante illustri di forti pressioni da parte delle lobbies della chimica che vendono insetticidi più costosi, che hanno interesse a volere il bando del DDT, poiché la sua presenza sul mercato interferisce con i loro affari. Negli anni ’80 e ’90 unità ambientaliste hanno acquisito rilevanza sia all’interno delle istituzioni sanitarie che tra finanziatori di progetti sanitari come la Banca Mondiale. Questi “cani da guardia” sono stati indispensabili strumenti per la protezione dell’ambiente, ma qualche volta lo sono stati in modo miope focalizzando la loro attenzione solamente sui rischi e non sui benefici. Riporto un brano che mi ha molto colpita:Walter Vergara, il funzionario della Banca Mondiale che ha guidato l’unità che ha proibito il DDT in Ecuador, ha difeso la sua decisione dicendomi: “Il DDT ha un impatto spaventoso sulla biosfera e sta per essere eliminato dalla comunità mondiale. Ci sono alternative. Noi non siamo l’unica specie sul pianeta”.  ‘Silent Spring’ ha dato un chiaro messaggio, ma l’ha dato solo agli americani, che non hanno davanti agli occhi lo spaventoso massacro provocato dalla malaria. Certamente la soluzione migliore sarebbe quella di potere sconfiggere la malaria con insetticidi sicuri che non provocano alcun tipo di danno ambientale. Fino a quando non saranno disponibili altre strategie altrettanto efficaci nel salvare vite umane a un costo sostenibile anche per i poveri e i poverissimi del pianeta, fino a quando non saranno inequivocabilmente dimostrati danni alla salute pubblica derivati dall’uso di DDT come mezzo di lotta vettoriale nella indoor residual spraying, e considerando che la biodiversità non è solo patrimonio delle aquile ma anche degli esseri umani, il messaggio di Silent Spring riguardo al DDT diventa una purtroppo un allarme non provato che nel tentativo di tutelare una parte del pianeta ne uccide una molto ma molto più rilevante.

http://www.iltuoforum.net/forum/post58239.html#p58239

Chance

Agnès è un raggio di luce: 33 anni, sei figli, l’ultimo nato dallo stupro. Rapita vicino al campo con altre nove, legata e bendata dall’alba al tramonto, gettata tra i banani come spazzatura. Non riesco a non chiederle cosa prova per questo neonato paffuto, che per sempre le ricorderà la tortura. Lei sgrana gli occhi allungati: «Devi capire, è il mio bambino. L’ho chiamato Chance affinché, almeno lui, abbia la fortuna di conoscere un mondo migliore».
La statua del Galata suicida rappresenta un guerriero che si uccide davanti al guerriero romano vincitore dopo avere assassinato la sua donna per non farla cadere nelle mani del nemico. E’ la testimonianza artistica dello stupro come arma di guerra, e delle sue radici antichissime, che nascono con l’uomo. E per questo considerato inevitabile.
Lo stupro di una vergine tra gli Assiri dava diritto al padre della giovane stuprata di stuprare a sua volta la moglie dello stupratore. Il bottino di guerra comprende le donne, e lo stupro è considerato un diritto del vincitore esattamente come il saccheggio.
In Italia questa realtà accaduta durante la seconda guerra mondiale ad opera del  Corpo di Spedizione Francese, guidato dal generale Juin, i cui guomiers dopo lo sfondamento della linea Gustav compirono un saccheggio senza precedenti  violentando donne, bambini e uomini. Questa terribile parentesi è stata raccontata dal bellissimo libro del 1957 di Moravia, La ciociara, diventato poi nel 1960 uno dei capolavori del cinema italiano di Vittorio De Sica.
In ogni parte del mondo si commettono stupri in zone di conflitto.  Lo stupro di donne e bambini è diventato comune in Africa, Asia ed Europa Non è solo come si pensa l’imbarbarimento delle milizie a rendere conto del tragico enorme numero di donne di ogni età stuprate.
Inenarrabile la lista di tipologie di stupro, che nemmeno un cultore della peggiore letteratura horror potrebbe riuscire a leggere senza inorridire: lo stupro a domicilio con la sua variante dell’incesto forzato, lo stupro magico in cui entra in gioco anche la superstizione, perché violentare una donna anziana porta ricchezza, stuprare una vergine rende immortali e guarisce dall’Aids, lo stupro con mutilazione, omicida, necrofilo, materno, un orrore senza fine che non voglio scrivere.
Lo stupro è un’ arma di guerra non convenzionale,  utilizzata sia per umiliare le etnie vinte, che per disgregare il tessuto sociale delle popolazioni, minando la famiglia e il gruppo, uno strumento tramite il quale si arriva al genocidio, allo sterminio del nemico. Ed è anche un’arma biologica, perché attraverso lo stupro si diffondono malattie mortali come l’Aids.
La donna stuprata viene stigmatizzata dall’intera società di appartenenza, perdendo il rispetto della collettività, particolarmente se rimane incinta, e spesso rimane sola, Nelle vittime il tasso di suicidio è elevatissimo, così come l’abbandono dei figli concepiti dopo lo stupro gli infanticidi.
Il Congo
L’acme di questo terribile fenomeno si raggiunge in Congo. Gli stupri di massa iniziano dall’arrivo dei rifugiati ruandesi di origine hutu nel 1994, quando il Congo era controllato dal dittatore Mobutu. Stupreranno i ribelli del Cndp del generale Nkunda,  le milizie della Fdlr, gli hutu responsabili del genocidio ruandese del ’94 fuggiti in Congo, i filogovernativi Mai Mai el’esercito regolare.  E i caschi blu dell’ONU, secondo testimonianze e prove raccolte da Atul Kharesu mandato diretto del Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-falliscono totalmente e miseramente nell’impedire gli stupri, perlomeno nelle regioni del Nord Kivu e del Sud Kivu . Nonostante la guerra si sia ufficialmente conclusa nel 2002 con gli accordi di Sun City (Sudafrica), molti gruppi ribelli sono ancora presenti sul territorio e sono responsabili  del 65% delle violenze sessuali commesse contro le donne.
Amnesty International ha raccolto nei campi profughi del Ciad centinaia di testimonianze di stupri di massa, con violenze e riduzione in schiavitù sessuale anche di bambine di otto anni, compiuti dai Janjaweed, le milizie arabe sudanesi , nella regione occidentale del Darfur. Lo scopo è quello di creare un clima di terrore per costringere i neri africani a lasciare le proprie terre.
Rosanna Sèstito, una ginecologa di “Medici senza Frontiere”, dopo essere  rientrata dal Nord Kivu, in Repubblica Democratica del Congo ha dichiarato: Lo stupro ancora oggi in molti Paesi, in troppi, viene utilizzato come una vera e propria arma di guerra. Lo stupro non vuole tanto la morte dell’altro, ma vuole proprio sbarazzarsi dell’origine dell’altro, arrivare al concepimento, quindi sostituendosi all’altra collettività genetica: è un’invasione dell’identità.
Il ginecologo Denis Mukwege è intervenuto su almeno 25.000 donne  ad est della Repubblica Democratica del Congo. Donne torturate con bastoni, coltelli, baionette che lacerano a volte irreparabilmente vagina, utero, retto. Molto spesso la violenza è sistematica  ed è compiuta davanti a mariti e figli.
Partorirai un piccolo cetnico
Molti di noi ricordano l’istituzionalizzazione dello stupro durante il conflitto in Ex Jugoslavia negli anni 90, Il mondo inorridiva per la scoperta  dei “campi di stupro” e della “pulizia etnica”. 50mila donne soprattutto e musulmano-bosniache e croate, sono state violentate in Bosnia Erzegovina spesso con la deliberata intenzione di  metterle incinte con lo scopo di renderla oltre che umiliata generatrice dell’etnia nemica facendole così partorire il proprio nemico. Fare irruzione in un paese e violentarne le donne era uno strumento potentissimo per provocare la fuga delle popolazioni e occupare le aree abbandonate, in modo che lo stupro etnico fosse strumentale alla pulizia etnica del territorio.
Il 22 febbraio 2001 con una sentenza storica che cambia il volto del diritto penale il Tribunale Penale Internazionale per la ex Jugoslavia condanna tre miliziani serbo-bosniaci per lo stupro e la riduzione in schiavitù sessuale di donne bosniache. Per la prima volta lo stupro viene considerato crimine contro l’umanità.
Il 19 Giugno  2008 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite approva all’unanimità la risoluzione 1820 in cui si afferma che «stupro e altre forme di violenza sessuale possono rappresentare un crimine di guerra, un crimine contro l’umanità o uno strumento di genocidio».  i colpevoli di questi crimini possono essere giudicati dalla Corte Penale Internazionale dell’Aja.  Dopo millenni, il più alto consesso della politica mondiale condanna uno dei più efferati  crimini di guerra.
Il 20 Ottobre 2010 nel rapporto 2010 del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa) si legge “Le donne sono sempre più spesso vittime di violenze sessuali, tra cui lo stupro, usato come una “ripugnante” arma di guerra”.
B.A.Te Paske, Il rito dello stupro, Red Edizioni, 1987, p. 32
Karima Guenivet, Stupri di guerra, Luca Sossella Editore
http://www.sosinfanzia.org/testi/serbia%20violenta.htm

Fulvia

http://www.iltuoforum.net/forum/post54341.html#p54341

Io non ci sto

Ho come l’impressione che le donne vere siano scomparse dalla faccia della terra. Seriamente, fatti venire in mente l’immagine di una donna, che so tua madre o tua sorella, la vicina di casa o la panettiera. Chiudi gli occhi e concentrati: ecco, devi fare uno sforzo per ripescarla dalla memoria. Facciamo che ti presento la mia tabaccaia. Sarà sulla sessantina, capelli di quel rossiccio topo morto con la permanente un po’ cotonata al vertice, gli occhiali con la lente bifocale mi porge i miei quattro pacchetti di Marlboro e fa sempre il conto con la calcolatrice. Tutte le volte mi chiede se voglio un sacchetto e tutte le volte dico no. Hai presente?
Scommetto che se solo ti fermi a pensarci qualche donna vera la trovi. Solo, appunto, non sei più abituato a considerare donne queste. Saranno i troppi Grandi Fratelli e la pratica del subrettaggio, ma dici donna e vedi culi, tette, labbra a canotto. Donne che stanno sostituendo nel pensiero collettivo quelle che tutti i giorni incroci per la strada. Sarà la mancanza della mini inguinale con tanto di passera al vento modello Brambilla, sarà che guidare col tubino di strass una Athos del 92 è scomodo, sarà quello che ti pare, ma tu dici donna e pensi qualcosa che non vedi mai se non attraverso il tuo 19 pollici Wide 16:9. Ci stai cancellando. Se quindi da un lato tu di donne non ne vedi più (rassegnati, è così, inutile che protesti, tu in realtà ti sei innamorato di uno scorfano inesistente, non è mica una donna, a ripensarci bene con tutta questa figa che c’è in giro, ma chi te lo ha fatto fare?) dall’altro hai finalmente nella testa la tua bambolina che dice sempre si. Bello vero? Ti avevano cercato di convincere che no guarda, donna uguale esemplare femmina di homo sapiens, cariotipo XX, essere pensante. Poi è finito tutto nel cesso. E le donne sono tornate a sparire. Colpa di chi? Di un vecchio puttaniere e della sua cricca? No-o. Delle donne stesse che hanno barattato la salita con la discesa sfruttando lunghe cosce e culi a mandolino? No-o. E’ colpa tua.

Di fondo già tu avevi qualche preclusione a pensare veramente di essere proprio pari pari alle donne. In fin dei conti l’esempio di mammà succube ce lo avevi ben presente, e se magari da ragazzino ti faceva anche incazzare poi crescendo tutto sommato, basta che ce sta’ o sole e le camicie stirate, si lascia correre. Poi però peccato ma hai dovuto venire a patti, perché sennò col cavolo che con 1100 euro al mese ce la facevi a comprarti telefonino, Tv al plasma, macchina e ferie. Quindi, orgoglio ferito a parte, hai dovuto accettare che le donne lavorassero. E quindi fare anche finta che si cavolo, aiuti anche tu, sposti almeno un piatto dal tavolo alla settimana, sei un eroe. Come Mangano.

Ci si poteva anche cominciare a patteggiare, quando si sa, la donna è mobile, ti hanno illuminato. Donne che lavorano? Tutte cazzate. Sacrificio e abnegazione? Mavalà. Donne che si fanno tre volte il culo che ti fai tu? Ma quando mai. E’ proprio come avevi sempre pensato, è solo zoccolaggine. E poi tu lo hai sempre detto, fossi donna la darei via come il pane. Ma ci voleva una svolta, una legittimazione. Lo dovevano fare tutte [cfr Così fan tutte, ossia La scuola degli amanti, W. A. Mozart] perché sennò queste negano. Quindi non puoi che avere gioito guardando la fabbrica delle puttane che ci viene proposta tutti i giorni.
Allora non è vero che era più brava la Wanda quando l’hanno presa come settimo livello, sicuramente deve averla data via al Rossi, e lo meritavi certo tu quel posto, anche se lei parla due lingue e ha una laurea. Consolante.

Poi leggo il Corriere e sono sconcertata dal fatto che si possa scrivere su una testata nazionale prestigiosa questo:
http://www.corriere.it/editoriali/11_ge … aabc.shtml

Una donna che sia consapevole di essere seduta sulla propria fortuna e ne faccia – diciamo così – partecipe chi può concretarla non è automaticamente una prostituta. Il mondo è pieno di ragazze che si concedono al professore per goderne l’indulgenza all’esame o al capo ufficio per fare carriera. Avere trasformato in prostitute – dopo averne intercettato le telefonate e fatto perquisire le abitazioni – le ragazze che frequentavano casa Berlusconi, non è stata (solo) un’operazione giudiziaria, bensì (anche) una violazione della dignità di donne la cui sola colpa era quella di aver fatto, eventualmente, uso del proprio corpo.

Piero Ostellino. Un liberale.
Che poi deve replicare al coro di meritatissimi vaffa come segue:
http://www.corriere.it/cronache/11_genn … aabc.shtml
Se la funzione di un (ex) direttore è (anche) quella di fare opera maieutica sui propri (ex) redattori vi dirò che voi confondete un giudizio di fatto – che nella storia le donne siano state sempre consapevoli di stare sedute sulla propria fortuna e alcune l’abbiano volentieri «condivisa»; una ironica citazione letteraria per non usare un’espressione più cruda – con uno di valore (è giusto sia così). Machiavelli ne sarebbe inorridito; io non ne sono sorpreso perché questo è un errore in cui incorrono spesso gli italiani che – non avendo letto né Machiavelli, né Croce, né Bobbio – se la prendono col mondo come è e ne sognano uno dove, per restare al caso, le donne (certe donne) non la danno in nome di un’Etica collettiva, manco a dirlo «condivisa», e tutti vivono felici, contenti e virtuosi. Invece, ahimè, non è così. Io ho solo scritto che una donna dovrebbe essere libera di usare il proprio corpo come crede – «l’utero è mio e me lo gestisco io», l’antica e legittima rivendicazione femminista della quale ora ci si scorda perché a esserne partecipe è il Caimano – rispondendone solo alla propria coscienza, senza per questo essere marchiata come una puttana. Il mio era un principio liberale; non un invito a darla.

Che gli dico a questo, che l’ho letto Croce? Che il suo intervento è peggio di un invito a darla, ma è una legittimazione all’USARLA? Desolante. Non vorrei essere sua figlia.

Insomma, è come avevi sempre pensato, niente altro che conferme. Del resto si sa che se qualcuno si vende e qualcuno compera, l’immorale è sempre quello che si vende, chi compra è un furbo, un ganzo, e quindi in fin dei conti che male c’è. Certo un minimo ti lascia perplesso se poi l’utilizzatore finale è un altro ma il conto lo paghi tu, se non c’è un poliziotto di pattuglia perché sono a fare la scorta alle escort e se una detartrasi fatta bene (la detartrasi che hai capito) rende dodicimila euro al mese che paghi anche tu. Ma sono dettagli.

Ripensandoci bene si può sempre che so, usare una figlia, o una sorella, che ci sistema tutta la vita a cinquemila euro a botta, anche se dal mio punto di vista non ho capito perché dovrebbe sistemare anche te. L’apparecchio ai denti e il corso di danza moderna dici? Ah, beh, allora non era amore ma calcolo.
Ma poi pensandoci bene non è mica prostituzione e sfruttamento, è solo un gioco goliardico, come quello alla tv. Al massimo, un po’ di casino e due o tre serate in discoteca ci saltano fuori. Ci sistemiamo.

Che dici, non ti riconosci in questo? Non sei tu? Ah beh, allora dillo. Ma dillo forte. Che ci sono donne meravigliose vecchie e giovani, belle e brutte, grasse e magre, che vedi tutti i giorni, che fanno il pane, che mettono pace makers, che guidano aerei e vecchie panda scassate, che ti sono madri, mogli, sorelle figlie ed estranee, e che non appartengono a questo modello di donna che vogliono farti credere essere l’unico. Dillo forte che una banda di decadenti finti goduriosi che benedicono tutti i giorni Pfizer perché sennò col cavolo che riuscivano a ciulare a ottant’anni e con la prostata, per chi ce l’ha ancora, contornata da una sparuta schiera di sex workers non sono il mondo vero e la vita vera. La mia no di sicuro, e spero che non sia nemmeno la tua.

Troppo difficile andare in piazza a dire “Io come uomo non mi riconosco in uno stile di vita come questo, ripudio la mercificazione della donna, sono totalmente estraneo a ogni forma di sfruttamento della prostituzione e non presto il mio sostegno nemmeno in forma di silenzio, perché i miei valori, quelli che trasmetto ogni giorno con il mio impegno e il mio esempio, non sono compatibili con questo schifo”?
Va bene, non ci andare. Ma non pensare nemmeno lontanamente di strumentalizzare per i tuoi scopi ogni azione di quella gran parte di donne che lotteranno per sovvertire questo laido messaggio, non pensare che accetteremo una strizzatina d’occhio in cambio del nostro certificato elettorale, non pensare che reagiremo con la messa in piega.
Io, che da sempre parlo per me, ti sti chiedendo apertamente da che parte stai. Perché se prima era dialogo ora è pretesa, o con me o contro. Scegli. Io non mi farò cancellare, giuro.

Fulvia

http://www.iltuoforum.net/forum/post54342.html#p54342

Soldatini di latta

“Ho trascorso sette anni con i ribelli del Fronte rivoluzionario unito. Sette anni in cui morte, violenza, distruzione era la normalità: per me, come per tanti altri miei coetanei costretti a combattere una guerra assurda. Ora la mia vita non ha più senso. Non riesco a trovare una spiegazione a tutto quello che è successo, a perdonarmi le atrocità che ho commesso, a dimenticare le persone che ho ucciso”. Moses, Sierra Leone.
”Non so quante persone ho ucciso (n .d. A.) perché io sparavo con il bazooka. Tutto questo è un fardello pesante da sopportare, ma devo andare avanti per queste creature”. Rosy, 17 anni, confinata in un campo per gli sfollati interni nella zona di Pader, 6 anni trascorsi con i guerriglieri dell’Esercito di resistenza del Signore. Vive con due figli, nati da altrettanti stupri, è in attesa del terzo.
http://www.pizzicarms.org/bambini_soldato_pizzicarms.htm
“Un ragazzo cercò di scappare dai ribelli, ma lo presero. Le sue mani erano legate e loro ci chiesero di ucciderlo. Mi sentii male. Lo conoscevo da prima. Venivamo dallo stesso villaggio. Rifiutai di ucciderlo e mi dissero che mi avrebbero sparato. Mi puntarono contro un fucile, così dovetti farlo. Il ragazzo mi chiese: ‘Perché lo fai?’, risposi che non avevo scelta. Dopo che lo uccidemmo, ci fecero bagnare le braccia nel suo sangue. Dissero che dovevamo farlo, così non avremmo più tentato di scappare. Ancora sogno quel ragazzo del mio villaggio che ho ucciso. Lo vedo nei miei sogni e lui mi parla e dice che l’ho ucciso per niente. E io piango”. Susan, rapita dalla LRA.
http://www.solidarietainternazionale.it/anno-xxi/n-4-5-apr-mag-2010/2577-bambini-senza-voce-adulti-senza-udito.html
…..
Sono 300.000 i minori di 18 anni attualmente impiegati in guerra come soldati in almeno 17 conflitti armati nel mondo e il loro numero è destinato a crescere ulteriormente, rappresentando una realtà orribile che vede coinvolti 85 paesi nel mondo, 86 aggiungendo il Regno Unito che arruola ancora minorenni. I bambini di entrambi i sessi, hanno più frequentemente età compresa tra i 15 e i 18 anni, ma è crescente il coinvolgimento di bambini e bambine età inferiore, i più giovani hanno circa 7 anni di età, reclutati in eserciti governativi, gruppi paramilitari, milizie civili e in gruppi armati non governativi. Il fenomeno non è nuovo nella storia dell’umanità. Erano bambini i tamburini degli eserciti di napoleone che marciavano in prima fila e cadevano come mosche sotto il fuoco dell’artiglieria nemica, e tutti ricordiamo la piccola vedetta lombarda di De Amicis. Erano appena dodicenni gli Hitlerjugend schierati alla difesa di Berlino nel ’45, ed erano bambini, spesso orfani e utilizzati in missioni suicide, e “figli del reggimento” dell’Armata Rossa staliniana.
Si sperava di non rivedere questi orrori dopo il bagno di sangue planetario della II WW e dopo la nascita dell’ONU. Invece il fenomeno del baby soldiers è in preoccupante crescita e inoltre quello che appare in preoccupante aumento è il numero di minori coinvolti in maniera attiva in azioni di guerra o guerriglia. Il ruolo arruolamento è a volte volontario e a volte coercitivo. In Etiopia negli anni ’90 giovani e adolescenti erano prelevati per strada nei villaggi, così come sono stati prelevati dalla scuola e arruolati con la forza adolescenti tra i 15 e i 18 anni in Myanmar. A volte i ragazzi erano rilasciati dietro pagamento di un riscatto da parte delle famiglie.
Una mappa, parziale, del fenomeno
Angola, Burundi, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia; Liberia, Ruanda, Sierra Leone, Sudan, Algeria e Uganda e in un recente passato per la presenza di una guerra civile il Mozambico sono gli stati Africani in cui è frequente l’impiego di bambini soldato, mentre esiste un mercato di bambini-soldato destinati alla guerriglia e provenienti da Namibia o Kenya, che vede coinvolta un’associazione chiamata Lord’s Resistance Army.  Costituita nel 1987 con sede nell’Uganda del Nord, e guidata da un sedicente portavoce di Dio, Joseph Kony, è impegnato in una ribellione armata contro lo stato Ugandese con lo scopo di costituire uno stato teocratico basato sui dieci comandamenti e sul nazionalismo Acholi. Gli Acholi sono un popolo appartenente al ceppo etnico dei Nilotici e sono originari dell’area chiamata Bahr el Ghazal, nel sud del Sudan.
Durante il periodo coloniale inglese dell’Uganda i britannici incoraggiarono lo sviluppo politico ed economico nel sud del paese, in particolare tra i Baganda. Al contrario, gli Acholi fornirono gran parte del lavoro manuale nazionale e giunsero a comprendere la maggioranza dei militari, creando quella è stata definita come una “etnocrazia militare “, che diede vita nel 1965 a un colpo di stato del generale Acholi Tito Okello. La Lord’s National Army insorse contro il governo ugandese, che ha messo in atto dal settembre 1996 una politica di sfollamento forzato degli Acholi in campi per sfollati il cui numero si è ampliato fino a comprendere tutta la popolazione Acholi rurale di quattro distretti, in altre parole un milione di persone. Questi campi hanno il tasso di mortalità più alto del mondo, con una stima di 1.000 decessi/settimana.
Secondo un’indagine pubblicata nel marzo del 2010 dalla BBC nel dicembre 2009 la LRA ha massacrato almeno 321 persone nella Repubblica democratica del Congo (massacro Makombo). I morti sono stati verificati dalla Croce Rossa e dalla Human Rights Watch. Almeno ottanta bambini di entrambi i sessi sono stati catturati, i ragazzi per essere usati come combattenti, le ragazze sono state usate come schiave sessuali per i membri del LRA.
La LRA opera principalmente nel nord Uganda, ma anche in alcune parti del Sudan, Repubblica Centrafricana e Repubblica Democratica del Congo, ed è attualmente considerata organizzazione terroristica dagli Stati Uniti.
In Liberia erano circa 20.000 tra bambini e adolescenti appartenenti a diverse fazioni combattenti, pari a un quarto dei soldati in totale, e il Fronte Nazionale Patriottico della Liberia arruolava un’unità di soldati di età compresa tra i sei anni e i venti. La Resistência Nacional de Moçambique, in Mozambico, per esempio, vantava 10.000 baby soldiers, alcuni di sei anni di età.
Iraq, Turchia, Yemen ricorrono in forma massiccia all’utilizzo di bambini soldato, educandoli già nelle scuole a una vita militare violenta. In Afghanistan i bambini sono istruiti, addestrati e indottrinati nelle “madrasas” islamiche del Pakistan, mentre in Myanmar, Sri Lanka, Cambogia, Indonesia, Aceh, Papua e Kalimantan, minori sotto i 15 anche 10 anni sono reclutati come soldati. Le bambine una volta terminato il loro utilizzo come soldati sono molto spesso avviate alla prostituzione.
In Cambogia, da una rilevazione effettuata negli ospedali militari, è emerso che il 43% degli intervistati era stato arruolato tra i 10 e 16 anni.
Nel continente americano bambini soldato sono impiegati in Colombia, Perù, Messico e Paraguay, mentre gli USA sono ricorsi ai bambini soldato per conflitti del Golfo del ‘91, in Somalia e in Bosnia.  Apro una parentesi per segnalare che il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, in virtù della loro collaborazione nella lotta al terrorismo internazionale, ha concesso una deroga ai finanziamenti militari di Ciad, Sudan, Repubblica Democratica del Congo e Yemen, mentre non ha concesso la stessa deroga a Birmania e Somalia. Lo stesso Dipartimento di Stato Americano accusa questi stessi Paesi di reclutare minorenni nei loro eserciti, ma ha concesso le deroghe in spregio al Child Soldiers Prevention Act, del 2008, che proibisce agli USA di destinare fondi e aiuti militari a Paesi che reclutano minori di 18 anni nei loro eserciti.
In Bosnia-Erzegovina, in Kosovo, in Macedonia, in Cecenia, Nagomo-Karabakh, Albania, Russia sono stati utilizzati baby-soldiers, e il Regno Unito è al momento l’unico paese europeo che manda in combattimento minorenni: l’età limite per l’arruolamento nella Marina inglese è di 16 anni. L’esercito UK ha spedito 17 minori nei Balcani e 381 nella Guerra del Golfo, dove uno morì. Anche l’Italia permette l’arruolamento di soldati volontari e sottufficiali a diciassette anni.
Perché arruolare un bambino
Paradossalmente questo incremento della presenza di bambini nelle azioni di guerra nasce anche da un progresso tecnologico, che ha reso le armi molto più maneggevoli ed economiche, tali da potere essere agevolmente utilizzate anche da bambini di 10 anni. Imparano a usarle in fretta, hanno buona manualità. Il processo d’indottrinamento di un bambino è più facile, e inoltre obbediscono più facilmente agli ordini e si ribellano meno frequentemente di un adulto. E’ più facile imporgli di attraversare un campo minato. I bambini costano meno rispetto a un adulto, sono merce facilmente disponibile e facilmente rimpiazzabile. Inoltre, l’allungamento dei conflitti ha ridotto il numero di adulti disponibili per i combattimenti.
Qualcuno sostiene che alcuni ragazzi aderiscano come volontari, ma è sul concetto di volontarietà occorre discutere. Molto spesso sono poverissime hanno necessità di procurarsi un reddito seppur minimo, laddove a volte sono le loro famiglie a spingerli all’arruolamento, soprattutto quando il salario è versato alla famiglia, e comunque l’allontanamento di questi bambini permette un risparmio di cibo. Parallelamente alla povertà economica, un altro fattore che gioca nell’arruolamento volontario è l’analfabetismo, soprattutto nei paesi sottosviluppati, in cui realtà di marginalizzazione sono molto frequenti.  Spesso le famiglie sono convinte di affidare il loro bambino a dei benefattori, e di agire nel modo migliore pe loro. In realtà in cui i bambini e gli adolescenti sono presenti in gran numero, analfabeti e senza un altro futuro possibile, l’arruolamento diventa una possibilità. In Myanmar nel 1990 tra 5000 soldati del gruppo di opposizione armato Karen 900 soldati erano di età inferiore ai 15 anni, e per il loro arruolamento erano offerti alle famiglie cibo e capi di vestiario.
Molti sono bambini abbandonati.
Non da trascurare nell’elenco delle cause il baratto tra il proprio arruolamento e la tutela della famiglia di origine, che avviene in situazioni di facile ricattabilità.
Non va dimenticato inoltre che parliamo di bambini, e quindi anche il senso dell’avventura gioca un ruolo nella “scelta” dell’arruolamento volontario.  La creazione del mito del martirio attraverso l’indottrinamento religioso è un altro metodo con il quale si addestrano giovani da impiegare in guerre e guerriglie, anche attraverso la formazione di Kamikaze. La Shahada (traducibile con martirio) è uno dei cinque pilastri del credo, e come spiega la stessa radice araba della parola, il martirio è il diventare un modello per gli altri. Uno Shaid vede e che testimonia la verità ed è pronto a sacrificarle la propria vita.
Insegnare a uccidere
Insegnare a uccidere ad un bambino è più facile rispetto a un adulto, per le caratteristiche psicologiche proprie della loro età, così come per la loro buona capacità fisica. I bambini sono raramente considerati come minacce e questo rende vantaggioso il loro impiego anche in tenera età come portatori, staffette, informatori, spie, mentre rappresentano una buona risorsa a basso costo nell’utilizzo come sminatori. Arrivando a un’età superiore di circa 10 anni, sono in grado di imbracciare un AK-47.
La persuasione si basa molto spesso su brutalizzazioni inenarrabili e su riti d’iniziazione che possono arrivare al cannibalismo, così come all’esposizione intenzionale a situazioni di estrema violenza allo scopo di produrre indifferenza a sofferenza e morte. Per meglio avviarli al combattimento a volte sono segregati e sottoposti a torture e abusi fisici, mentre non infrequente è la costrizione a compiere atrocità contro gli stessi membri delle loro famiglie o comunità. Fronte Unito Rivoluzionario della Sierra Leone nel 1995 addestrava alla guerra i bambini facendoli assistere e partecipare a torture ed esecuzioni di loro stessi genitori, per poi inviarli in altri villaggi a ripetere gli stessi atti di violenza. La stessa pratica è stata documentata in Afghanistan, Mozambico, Colombia, Nicaragua.
Oltre al terrore e all’orrore un altro metodo di persuasione è l’utilizzo di droghe e alcool, allo scopo di creare dipendenza verso il proprio comandante, annullare la paura e aumentare la resistenza fisica. Il bambino che tenta la fuga o che si ribella è spesso torturato o ucciso.
Per molto tempo la situazione delle bambine-soldato è stata sottovalutata. I motivi della sottovalutazione sono riconducibili ad almeno punti: la sottostima del loro numero, la loro mancata considerazione come “soldati” a tutti gli effetti, la loro classificazione come donne e non come bambine per il fatto di avere figli. Restano simili i metodi di addestramento alla guerra delle bambine, che normalmente ricoprono vari ruoli. Anche se l’uso sessuale delle bambine è il più frequente, sono sempre coinvolte in compiti militari quali il combattimento, il trasporto di mine ed esplosivi, lo svolgimento di lavori domestici. Le Tigri tamil dello Sri Lanka impiegano un gruppo di adolescenti spesso orfane chiamate “Uccelli della libertà” per compiere azioni suicide con l’esplosivo, perché le bambine sfuggono più facilmente ai controlli del governo.  Il rischio maggiore che corrono le bambine é quello dello stupro e della schiavitù sessuale.  Il Rapporto Machel pone l’accento come lo stupro nelle aree di guerra non sia considerato come crimine di guerra a differenza di quanto accade per la tortura e l’omicidio, ma un evento tragico ma inevitabile del conflitto. Diretta conseguenza è l’impunità nei tribunali di guerra di chi usa o stupro come arma. Chi ha vissuto negli anni del conflitto nell’ex Jugoslavia in età di ragione, come me, ricorda ancora la pratica dello stupro etnico, inscritto nella pulizia etnica, in cui si stupravano le donne per indurre il terrore e la fuga da determinare aree, obbligando le donne a gravidanze di bambini concepiti con il seme del nemico e molti di noi ricordano i suicidi, gli aborti e gli infanticidi che sono seguiti a questa pratica. Molte donne si sono suicidate per non partorire questi figli del nemico.
In Uganda, le ragazze rapite dal Lord’s  Resistance Army sposano coattivamente i responsabili militari, e in caso di morte del coniuge sono assegnate a un nuovo responsabile dopo una cerimonia purificatrice. La loro comunità di origine le identifica come “mogli dei ribelli” e i loro figli come “figli dei ribelli” e se e quando ritornano nella comunità di origine ne subiscono l’ostracismo e sono colpevolizzate per l’accaduto. Mentre a volte i bambini soldato sono rilasciati, la nascita dei figli rende più difficile l’ottenimento della libertà delle femmine, che sono tenute prigioniere e non rilasciate perché “mogli”.
Le conseguenze
I bambini coinvolti in conflitti armati sono spesso uccisi o feriti durante i combattimenti o nello svolgimento delle altre attività. Sono costretti a impegnarsi in attività rischiose, come maneggiare esplosivi. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità i conflitti armati e la violenza politica sono responsabili per la presenza di 4.000.000 di bambini mutilati o disabili. Le conseguenze dell’esplosione su una mina sul corpo di un bambino sono spesso molto più gravi di quelle che occorrono nel corpo di un adulto. L’amputazione di un arto in un bambino che non ha raggiunto il pieno sviluppo fisico può significare la necessità di sostituire una protesi d’arto ogni sei mesi, e sono molte le famiglie che non possono permettersi le cure lunghe e onerose di una riabilitazione. Le bambine hanno minore accesso alla riabilitazione rispetto ai maschi. Le malattie sessualmente trasmesse e tra queste l’infezione da HIV, la dipendenza da droga e alcol, problemi di vista e udito generati da cause traumatiche, tutte le malattie carenziali e da scarsa igiene, le gravidanze e gli aborti precoci e ripetuti sono solo alcuni dei problemi sanitari che si riscontrano in questi bambini.
I danni riportati dai bambini soldato non sono solo fisici. Questi bambini hanno veramente visto l’inferno.  Spesso hanno assistito alla morte violenta dei loro genitori, qualche volta li hanno assassinati loro stessi sotto la minaccia delle armi come rito d’iniziazione, hanno visto orrori indicibili, hanno assassinato spesso in maniera atroce molte persone, uomini, donne, bambini.  Moltissimi vivono la consapevolezza della colpa, Non hanno fiducia nelle persone, possono essere estremamente aggressivi e non riuscire a controllare la loro aggressività, e la loro presenza nel posto di provenienza può essere un problema sociale. L’emarginazione è la regola.
Difficilissimo il reinserimento in ambito sociale, scolastico e lavorativo sono a tutti gli effetti dei disadattati. Le ragazze, che spesso sono intrinsecamente più fragili come madri sole, sono molto spesso avviate alla prostituzione.  Sempre nel giù citato rapporto Machel del 1996, si evidenzia che in 6 su 12 Paesi, l’arrivo dei peacekeeping è coinciso con un aumento della prostituzione minorile.
La speranza
Non si può navigare in quest’orrore senza accennare alla speranza.  Che cosa è necessario fare, che cosa è possibile fare per porre fine a questo scempio?
E’ molto importante e urgente che si raggiunga un accordo globale che vieti la partecipazione di minori negli scenari di guerra e che siano varate misure di sostegno e recupero dei bambini ex soldati. Ritengo che non sia sufficiente la sottoscrizione di uno o più trattati che potrebbero e sono ampiamente disattesi dagli stati firmatari a impedire il fenomeno, ma intanto alcuni punti nelle proposte lette nella lunghissima ricerca delle fonti di quest’articolo mi paiono rilevantissimi.
Fondamentale è che tutti gli stati del pianeta impediscano il reclutamento di minori di 18 anni nei loro eserciti, o in qualsiasi altra organizzazione a carattere militare o paramilitare. Importante è anche sottrarre i bambini ai gruppi militari che li impiegano, e questo può essere almeno in parte impedito con misure legali, favorendo tutte le misure d’indagine e processando sistematicamente chiunque vanga accusato di reclutare o adoperare bambini in gruppi armati. E’ fondamentale che siano inclusi in tutti gli armistizi e accordi di pace diposizioni per il disarmo, la smobilitazione e il reinserimento sociale dei baby-soldiers, con misure che tengano conto del contesto e delle realtà locali in cui è attuato il disarmo. Mi pare di primaria importanza che il reato di stupro di guerra oltre che di quello d’impiego di soldati bambini sia dichiarato crimine di guerra e sancito da tribunali militari, e l’istituzione di una giurisdizione universale per questi crimini, così come mi pare fondamentale la creazione di strutture specifiche per le bambine soldato con programmi di tutela anche dei loro piccoli. I bambini soldato devono potere godere dello status di rifugiato politico in modo da proteggere coloro che sono stati reclutati o usati nelle ostilità.
Links e fonti
Child Soldiers, Global Report, 2008
Amnesty International, Old Enough To Kill But Too Young To Vote, IOR 51/01/98, Londra, 1998
Mukasa, Henry. “Uganda: Kony Rebels Kill 400 Congo Villagers. Africa.com. Retrieved 2009-01-03
Branch, A. 2008. Against Humanitarian Impunity: Rethinking Responsibility for Displacement and Disaster in Northern Uganda. Journal of Intervention and Statebuilding 2(2): 151-173
Lord’s Resistance Army, GlobalSecurity.org
http://www.bambinisoldato.it/IMG/pdf/GR_Introduzione_traduzione_20-05-08_def.pdf
http://www.secondoprotocollo.org/?p=1863
http://www.un.org/children/conflict/english/reports.html
http://archiviostorico.corriere.it/1999/luglio/30/Onu_disarmiamo_bambini_soldato_co_0_9907305265.shtml
fulvia

H2SO4

… e per punirlo lo tramutò in un’orrenda bestia, e gettò un incantesimo sul castello e su tutti i suoi abitanti.
Vergognandosi del suo aspetto mostruoso, la bestia si nascose nel castello, con uno specchio magico come unica finestra sul mondo esterno. La rosa che gli aveva offerto la fata era davvero una rosa incantata e sarebbe rimasta fiorita fino a che il principe avesse compiuto 21 anni.
Se avesse imparato ad amare e fosse riuscito a farsi amare a sua volta prima che fosse caduto l’ultimo petalo, l’incantesimo si sarebbe spezzato.
In caso contrario sarebbe rimasto una bestia per sempre.
Con il passare degli anni il principe cadde in preda allo sconforto e perse ogni speranza…
Chi avrebbe mai potuto amare… una Bestia?

La Bella e La Bestia

Gli acidi usati in cosmetica per la preparazione di prodotti di bellezza sono ormai centinaia, con svariate origine e funzioni. Si va, così, dagli acidi usati per abbassare il pH dei preparati (shampoo, emulsioni, tonici) – quali l’ Acido Lattico o l’ Acido Citrico – agli acidi più complessi con una specifica funzione sulla cute. Tra i più recenti spiccano i derivati vegetali ad azione antiossidante, disinfiammante e cicatrizzante.

Corriere Salute 21 Novembre 2004

Il Bangladesh e il Pakistan sono diventati tristemente famosi per un tipo particolare di aggressione, terribile solo da immaginare. L’aggressione con l’acido è una barbarie rapidamente diffusasi in molti paesi, tra i quali oltre a Bangladesh e Pakistan si annoverano Cambogia, Afghanistan, India, e altri paesi asiatici, soprattutto in zone rurali.
Il primo caso documentato di aggressione con l’acido solforico documentato è avvenuto nel 1967, e da allora questo agghiacciante metodo di aggressione si è rapidamente diffuso. Quasi l’80% delle vittime è di sesso femminile e tra loro il 40% circa ha meno di 18 anni. Non solo donne, ma anche uomini, seppure in misura molto minore, sono stati sfigurati con questo terribile sistema, ma è ancora più atroce pensare che anche dei bambini sono stati vittime di quest’orrore. Anche se il numero di uomini vittima di aggressioni con l’acido sta aumentando, la maggior parte di queste aggressioni riconosce le sue radici nel più ampio fenomeno delle violenze di genere. La maggior parte dei lanci di acido sono diretti al volto, al fine di sfigurare la vittima in modo permanente e di cancellare il suo volto.
Secondo l’Acid Survivors Foundation solamente in Bangladesh si sarebbero verificati 2495 casi di attacchi con acido dal 2000 al 2007, con un trend verso la riduzione del fenomeno. Secondo dati ONU, ogni anno, nei paesi islamici sono assassinate circa 5000 donne e ragazze per motivi d’onore e sempre più spesso in questi Paesi è usato l’acido nelle aggressioni.
Il pretesto per sfigurare una donna con l’acido è quando mai vario: il rifiuto di una proposta di matrimonio, la vendetta di un marito provocata da un pretesto qualunque, l’infedeltà o la richiesta di divorzio, una dote ritenuta insufficiente, ma la vittima può anche essere il bersaglio occasionale di una vendetta familiare o lo strumento per esercitare pressione per la conclusione di un affare o di un contratto. Addirittura si può essere sfigurati per una ritorsione legata a divergenze di natura politica. In Afghanistan il semplice desiderio si frequentare la scuola può rendere bambine e donne vittime di questa crudele pratica punitiva.
Sfigurare una persona lanciandole sul volto acido solforico o cloridrico è un modo efficiente, semplice, a portata di chiunque, per aggredire e ferire gravemente, quando non per uccidere, ed è una ritorsione che vede in molti casi un’accettazione dell’operato del carnefice da parte del gruppo sociale in cui è commessa. Infatti, è usuale che l’aggressione sia considerata una giusta contromisura nei confronti della vittima o della sua famiglia, e che essa oltre ai terribili danni conseguenti all’aggressione, sia additata con biasimo per avere tenuto un comportamento ritenuto immorale o socialmente inadeguato. L’essere marchiata a vita può essere considerata la giusta ritorsione per una mancanza propria o della propria famiglia.
Gli aggressori sono spasimanti respinti, padri, mariti, vicini di casa. Molto spesso gli sfregiatori non agiscono soli, ma in gruppo: la vittima può essere immobilizzata in modo che non possa sfuggire al lancio dell’acido,
Un modo più subdolo di azione di gruppo è quella che produce accettazione sociale per il gesto compiuto l’aggressore che un clima di colpevolizzazione della vittima (“Che cosa hai fatto perché ti facessero questo?”). Può succedere che la vittima non sporga denuncia, addossandosi la colpa dell’accaduto e riferendolo a un incidente domestico, dicendo di essersi ustionata col fuoco o con liquidi bollenti, accidentalmente. Spessissimo, gli aggressori restano impuniti. Altrettanto spesso il destino delle vittime è di essere abbandonate dalla propria famiglia, ed emarginate dalla comunità, obbligate a vivere in disparte, e subire insulti e umiliazioni se si mostrano in pubblico.
L’acido si trova ovunque, ed è un’arma efficientissima. Il Bangladesh nel tentativo di reprimere il fenomeno dell’acid attack ha creato una legge per controllare la compravendita di acidi, Per il loro commercio occorre una licenza, ma chiunque può procurarselo facilmente al prezzo di circa 0,6 euro per un chilo: quanto basta a sfigurare una persona. Se non è possibile acquistarlo come prodotto per le pulizie basta svuotare una batteria per ottenerlo.
L’impatto dell’acido sui tessuti è spaventoso. In pochi secondi può distruggere un volto, se il contatto è con gli occhi la vittima può essere accecata all’istante. Nelle fotografie che ho guardato per scrivere quest’articolo ho visto spesso donne con che hanno perso gli interi bulbi oculari, e che hanno le orbite vuote. La pelle è letteralmente divorata fino all’esposizione dell’osso, che può essere anch’esso corroso, come anche i muscoli e i tendini, le donne perdono la vista, l’udito, la parola. I danni funzionali sono gravissimi, i movimenti del viso (masticazione, deglutizione, parola), possono essere completamente impediti. Non sempre si sopravvive se la superficie di contatto dell’acido è estesa (viso, collo, schiena, braccia). Il contatto con l’acido può “sciogliere” completamente gola, trachea, esofago, fra sofferenze atroci. E’ fondamentale che le vittime ricevano aiuto specialistico nei primi tre giorni dall’aggressione.
Nonostante le lesioni fisiche siano devastanti, i danni psicologici derivanti dallo shock dell’aggressione, dal dolore, atroce, dalle gravissime limitazioni funzionali ed estetiche, sono altrettanto gravi. In una società che riconosce alle donne come unico ruolo sociale quello derivante dall’essere moglie e madre, le gravissime deformazioni prodotte sul volto e sul corpo dall’azione dell’acido solforico impediranno per sempre a queste donne di vivere una vita accettabile e un posto nella società. Non potranno mai sposarsi, formarsi una famiglia e avere dei figli. Saranno per sempre condannate alla solitudine, additate e derise, costrette a nascondersi. Molte di loro si sono tolte la vita. Molte donne subiscono decine d’interventi chirurgici per cercare di recuperare i danni funzionali o estetici. In molti paesi, quando esistono, le strutture di chirurgia plastica sono assolutamente insufficienti ed inadeguate, e le cure sono lunghe, molto onerose e non sempre alla portata delle vittime. Uno dei motivi che hanno causato attacchi con l’acido è la convinzione (o la speranza) che la famiglia della vittima svenda i suoi beni per ottenere il denaro necessario per le cure mediche, e quindi creare la possibilità di fare un acquisto vantaggioso.
Il Bangladesh ha sottoscritto nel 1979 la Convenzione Onu per eliminare ogni forma discriminatoria contro le donne e l’ha ratificata nel 1984 senza che questo producesse grandi cambiamenti nella condizione femminile. Nel tentativo di lottare contro le aggressioni con l’acido il Bangladesh (ma anche altri governi) hanno inasprito le pene per questi crimini, varando nel 1995 una legge che prevede per questo reato la pena di morte (è sempre un reato premeditato). Dal 2002 ci sono stati però solo 190 processi, in cui 254 colpevoli sono stati condannati: 11 a morte, 89 a campi di lavoro. Ma le sole leggi non bastano, anche perché il sistema giudiziario del Bangladesh e la sua polizia sono considerati tra i più corrotti al mondo.
Questi dati confermano che solo un cambiamento radicale nell’opinione pubblica può produrre nel tempo una parificazione dei diritti delle donne, e la condanna sociale per questo e altri crimini compiuti, pare il caso di dirlo, sulla pelle delle donne.
Ci sono infatti segni positivi nella lotta contro gli attacchi con acidi da quando sono state intraprese campagne di sensibilizzazione dell’opinione pubblica Alcune organizzazioni internazionali sostengono concretamente le donne colpite dall’acido. Tra queste, l’Acid Survivors Foundation che è nata con la collaborazione dell’Unicef, mentre in Italia è conosciuto il Coopi (Cooperazione Internazionale), un’associazione di volontariato che si occupa dei Paesi sottosviluppati con lo scopo di raccogliere fondi per l’assistenza medica.
Oggi, grazie a campagne mediatiche in Bangladesh tutti sanno dire cosa occorre fare nel caso si assista a un attacco con l’acido, ossia mettere la vittima sotto l’acqua per allontanare e diluire quanto più possibile l’acido dalla cute e dagli occhi. Grazie al preziosissimo lavoro di queste e altre organizzazioni con sensibilizzazioni capillari, molte persone conoscono l’esistenza di un ospedale nella capitale, al Dhaka Medical College Hospital, dove le vittime di aggressione con l’acido possono ricevere assistenza sanitaria e legale. Molti sanno che esiste un numero telefonico per mettersi in contatto con questi servizi, così come molti in Bangladesh oggi sanno che ci sono nuove leggi più severe contro i crimini condotti con l’uso di acido. Questa consapevolezza è stata creata attraverso manifesti, opuscoli, annunci radiofonici e spot televisivi, articoli di giornale, rappresentazioni teatrali e manifestazioni pubbliche, grazie al lavoro di Monira Rahman dell’Acid Survivors Foundation. L’Acid Survivors Foundation ha anche creato una rete di voli interni a costo 0 per le vittime di queste aggressioni in grado di fare pervenire entro tre giorni le vittime al Dhaka Medical College. L’ASF ha fornito servizi al 50% delle vittime di aggressioni con l’acido.
Il COOPI (Cooperazione internazionale), è un’associazione di volontariato che opera nei Paesi in via di sviluppo dal 1965 con più di duecento progetti in 18 Paesi e con la collaborazione di ottanta volontari. Uno dei progetti in via di completamento è la costruzione in Bangladesh di un padiglione ospedaliero dedicato interamente a pazienti ustionati. Sono stati attivati ambulatori di fisioterapia rieducazionale, con formazione in loco di personale dedicato, e ci sono progetti in corso per programmi informativi e educativi nelle scuole, e centri di supporto psicologico alle donne ustionate con l’acido e alle loro famiglie.
Nel progetto sono anche coinvolti chirurghi plastici italiani che operano le pazienti più gravemente compromesse, ed è in fase di studio un progetto di specializzazione per chirurghi plastici in loco oltre che un progetto di reinserimento delle vittime nel contesto socioeconomico locale.

Storie

All’età di cinque anni Najaf Sultana è stata aggredita e ustionata con l’acido dal padre mentre dormiva, apparentemente perché non voleva avere un’altra femmina nella famiglia. Najaf diventa cieca e dopo essere stata abbandonata da entrambi i suoi genitori, ora vive con alcuni parenti. Ha subito 15 interventi di chirurgia plastica, il suo viso è totalmente privo di qualsiasi lineamento umano.

Bushra Shari è stata ustionata dal marito con perché voleva divorziare. Ha subito 25 interventi di chirurgia plastica.

Kulsooma, frequentava la terza media in Kashmir, e stava andando a scuola con il cugino Fauzia. Lungo la strada, 4 ragazzi le hanno gettato una bottiglia di acido sul volto. Kulsooma ha subito 25 interventi di chirurgia plastica. Dieci anni dopo è ancora terrorizzata. Parla raramente, solo con sua madre e a monosillabi.

Irum Saeed aveva solo 17 anni quando fu aggredita sul vicolo che la portava al college da un ragazzo che aveva rifiutato come marito. Lui le ha versato sul viso una brocca piena di acido. Mentre Irum cercava di proteggersi il volto lui le ha gettato l’acido residuo sulla schiena e le spalle. Ha subito 25 interventi di chirurgia plastica ed è priva di un occhio.

Saira Liaqat, è stata sfigurata a 16 anni dal marito perché la sua dote non era quella pattuita.

Mumtaz Bibi è stata orribilmente sfigurata dal marito perché si era opposta alla vendita delle sue tre figlie.

Saima Siddique è stata sfigurata con l’acido ad appena quattro anni da una zia invidiosa.

Domo mea, dei Tazenda. Il testo della versione originale in sardo

Co…mmo deo
So innoe
Oe ‘eo
Soe chene-ene ribos
Antigos ‘spiritos, umbras…
Parent chi benint a mie
Ti cherzo donare su sambene
Ti cherzo leare, oh…
E t’amo, e t’amo, ses sa vida mea
E t’amo, e t’amo, oh…
Arcanos libros in domo mea
Parent paraulas tuas
Nu…dda b’at
In…tr’a tie
O…ccannu
Sese chene-ene ribos
Antigos ‘spiritos, umbras
Parent chi benint a mie
Ti cherzo donare su sambene
Ti cherzo ninnare, oh…
E t’amo, e t’amo, ses sa vida mea
E t’amo, e t’amo, oh…

Arcanos libros in domo mia
Parent paraulas tuas

Ponemila un’idea
In sa manu, in su coro
Ponemila un’idea
In sa manu, in su coro
Ti cherzo donare su sambene
Ti cherzo ninnare, oh…
E t’amo, e t’amo, ses sa vida mea
E t’amo, e t’amo, oh…

Arcanos libros in domo mea
Parent paraulas tuas
Co…mmo deo
So innoe
Oe ‘eo
Isettende-ende ideas

Vrindavan, Uttar Pradesh, sola andata

«Fortunato chi muore qui perché rinascerà libero dai peccati».
“Questa non è vita” disse un’anziana donna che mi apparve davanti uscendo dall’ombra e chiedendomi una rupia. “Siamo tutte morte il giorno in cui morirono i nostri mariti. Come si può descrivere il nostro dolore? I nostri cuori sono divorati dalla pena. Ora aspettiamo il giorno in cui tutto questo finirà.”

Esiste una città in India, segnalata come attrazione da molte guide turistiche, che è abitata per la maggior parte da vedove. E’ la città di Vrindavan, nell’Uttar Pradesh. Donne avvolte in sari bianchi sono involontari richiami turistici per indiani ed occidentali che visitano la regione di Braja, che comprende, oltre appunto alla città di Vrindavan, la città di Mathura e il fiume sacro Yamuna. Vrindavan è la città dove le vedove indiane vanno ad aspettare la morte.
Un’antica usanza indù prevedeva la cremazione della vedova sulla pira funebre del marito morto. E’ la Mahasati, la grande sati, o la Sahagamana, la dipartita congiunta. Alcuni studiosi ne rilevano le origini nei Purana, con il suicidio di Satidevi moglie di Shiva per l’affronto fattole dal padre Daksha, che non aveva invitato il marito ad una cerimonia. Sati, dopo essere entrata in raccoglimento yoghico, brucia viva a causa del calore generato dal suo corpo (tapas: calore generato dalla pratica ascetica). Come realizzazione della potenza divina, la sati non dimostrerebbe l’asservimento delle donne agli uomini, bensì la loro forza sacra. Altri attribuiscono l’ usanza al periodo pre-vedico; nel Mahabharata vi è l’esempio di Madri, che muore suicida sulla pira del marito Pandu.
Non vi sono i fondamenti delle sati nelle scritture sacre hindu, né all’interno del sacro Veda, né nelle Leggi di Manu. Si può dedurre quindi che, in questo caso, il rito non viene dalla legge, ma è la legge ad essere riflesso del rito. [cit da La crémation des veuves en Inde - Editions du Seuil - 1996 ]
Il Sati diviene una forma particolare di violenza sacrificale, dove, secondo il Dharma (letteralmente, dovere), la sposa deve accompagnare il marito nella vita ultraterrena dopo averlo accompagnato in quella terreste. Corrisponde ad un atto di verità che dimostra che la sposa è virtuosa e fedele, ardendo viva senza manifestare alcuno dolore fisico durante il sacrificio, al quale la donna viene preparata ungendole il corpo con burro chiarificato e legandole fascine di legna sul corpo. Il fuoco come atto di verità e redenzione, l’induzione al suicidio che diventa omicidio collettivo attraverso la fanatizzazione religiosa. Il sati è diventato illegale in india nel 1829, anche se in alcune zone rurali indiane ancora viene praticato, per la maggior parte nel Rajasthan. A un secolo dall’abolizione del Sati, nel 1987, a Deorala, in Rajasthan, Rūp Kanwar si immola sulla pira funebre del marito, spettacolo a cui assiste l’intera comunità.
L’India è per la maggior parte un paese rurale, in cui più del 70% del miliardo di persone che la popola vive in campagne sperdute con fortissimi legami con la tradizione. E’ una società patriarcale, dove è possibile trovare grandi contrasti e dove spesso in nome della religione vengono commessi i soprusi più orribili contro le donne, basti pensare che a differenza di quanto avviene ovunque nel mondo le donne sono in India minoranza nella popolazione, 929 donne contro 1000 uomini (aborto selettivo, assassinio delle figlie femmine). Cibo, cure, sono offerte ai maschi, colonne portanti della comunità, laddove le donne sono un costo a perdere, perché occorre fare loro una dote, costo che può condurre sul lastrico la famiglia di origine, poiché il costo per la dote può assorbire mediamente 5 volte il reddito annuo di una famiglia. Molte sono bambine, date in spose a uomini anziani, 55 milioni di spose bambine sotto i 15 anni di età, 34 milioni di vedove bambine nel 2001.
La legge indiana stabilisce il divieto al matrimonio prima del compimento dei diciotto anni di età, ma in regioni come l’Uttar Pradesh e il Rajastan 17 indiane su cento si sposano sotto i dieci anni (dati dell’Unicef ). Queste bambine, dopo la cerimonia nuziale dovrebbero attendere il primo ciclo mestruale nella casa dei genitori, ma in molti casi vengono consegnate alla famiglia dello sposo immediatamente. Il matrimonio è spesso combinato, seguendo regole di scambio, di alleanza; una volta sposate le donne andranno a vivere nella casa del marito che quindi incamererà la loro dote. La sposa può trovarsi in una condizione miserevole all’arrivo nella casa del marito, ultima arrivata, adibita magari dai fratelli del marito, dalla madre di lui o dalle cognate ai lavori più gravosi, in una condizione che lascia smarriti per la totale assenza di solidarietà femminile. L’ultima arrivata spesso sconta le stesse angherie sopportate dalle altre donne della famiglia, in una perpetuazione di crudeltà. Capita anche che il marito o la sua famiglia sia insoddisfatta per la dote ricevuta, e che ci si sbarazzi della donna, istigandola al suicidio, o simulando incidenti domestici. Nello stesso modo ci si libera anche di molte vedove. Bruciate da un fornello, cadute dalle scale.
Se la situazione della donna sposata molto spesso non è felice, la condizione di vedova può essere molto peggiore, soprattutto tra gli hindu conservatori. La vedova è considerata causa della sfortunata morte del marito, portatrice di sventura. Alla morte del marito perde ogni diritto ed ogni sua proprietà, le viene tolta anche formalmente la propria identità, rasandole i capelli, tagliandole il cordone della felicità (mangalsutra), la collana di perline che corrisponde alla nostra vera nuziale, togliendole il tondino rosso sulla fronte e la striscia rossa tra i capelli (bindi e sindur), i cerchietti di vetro che porta ai polsi, gli anelli alle dita dei piedi. La vedova indossa un sari bianco, il colore del lutto, vivrà in povertà e in isolamento, non potrà risposarsi, la sua vita è volta alla memoria del marito morto. Dietro questa mortificazione anche fisica, dietro l’abbruttimento di queste donne, c’è la precisa volontà di renderle poco seducenti: la rasatura dei capelli, la denutrizione, la perdita di ogni orpello sono mezzi per fare in modo che non possano attrarre altri uomini. Spesso l’allontanamento avviene in modo volontario dopo soprusi ed umiliazioni. E i figli? Se sono maschi restano nella famiglia del marito, se sono femmine a volte seguono la madre a Vridavan.
Il maggior numero di vedove in India vive nella città sacra di Vrindavan, in ashram spesso luridi e sovrappopolati (case-convento) che possono accogliere anche 1500 donne, o semplicemente in mezzo alla strada. Molte ci vanno spontaneamente, molte altre vengono portate via dalla famiglia. La loro giornata passa cantando bhajan, i canti sacri per Krishna, nato appunto a Vrindavan, in cambio di una porzione di riso e fagioli (ashrandhal) e di qualche moneta di elemosina. Mangiano poco, una volta al giorno soltanto, dormono in terra. E’ l’unica forma di sopravvivenza consentita a queste donne oltre al matrimonio con il fratello del marito morto. Malattie, malnutrizione, demenza sono diffusissime. Le giovanissime possono diventare vittime di violenza sessuale, di prostituzione, di compravendita.
Non tutte le vedove sono di bassa casta, non tutte le vedove arrivano da posti rurali e non tutto viene giustificato dal culto. Basta infatti pensare che l’80% delle vedove di Vrindavan arriva dal Bengala Occidentale, dove non è in vigore la legge indù che esclude le vedove dalla spartizione dell’ eredità. Il fatto che quindi le vedove possano ereditare i beni del marito spinge le famiglie ad allontanarle, nel timore che vengano accampati diritti sulla proprietà del defunto. Proprio in queste regioni lo Stato indiano offre un sussidio elevato, pari a circa 10 euro al mese, alle vedove. L’ignoranza dei propri diritti e la corruzione dei funzionari fanno in modo che solamente il 3% delle vedove arrivi a percepire il sussidio.
Ci sono progetti per queste donne, che si prefiggono di fare loro ricevere i trattamenti pensionistici di cui sono beneficiarie, o di insegnare un lavoro e dar loro la possibilità di riprendersi la loro vita. Da alcuni anni anche l’attenzione dei mass media, e del cinema. Il film di Deepha Metha, Water, ne è un esempio. La lavorazione di questo film è stata molto osteggiata. Dichiara infatti il produttore David Hamilton : “Abbiamo tentato di girare Water nel 2000, in India. Il set era già pronto, ma poi, a pochi giorni dalle riprese, il movimento dei fondamentalisti ha bruciato il set. Allora abbiamo cominciato a girare nell’hotel dove alloggiavamo, ma fuori la gente urlava e bruciava foto di Deepa. Per due anni lei ha dovuto avere la scorta”. Il film è stato girato quattro anni dopo, nello Sri Lanka, quasi clandestinamente.
La tristissima situazione delle vedove indiane è stata la vocazione singolare abbracciata da un’instancabile donna indiana, Mohini Giri. Nata in una importante famiglia di funzionari pubblici, all’età di nove anni perde il padre per un ictus. La madre rimane vedova con sette figli di età compresa tra gli uno e i tredici anni. Pur essendo proveniente da una posizione di chiara fama e prestigio (il padre di Mohini Giri era vice cancelliere dell’università dell’Uttar Pradesh ), la madre, portando il marchio della vedovanza, decide di ritirarsi in un ashram. La piccola Mohini imparerà in quel seppur breve periodo il significato della condizione vedovile delle donne indiane osservando la madre. La famiglia fu presa sotto la protezione di Swami Shivananda, noto filosofo ed insegnante indù, e furono i suoi insegnamenti a fare da guida alle scelte future di Mohini Giri. Nel frattempo la famiglia lasciò l’ashram di New Delhi dopo che fu offerto alla madre un lavoro come produttore musicale.
Mohini Giri potè così frequentare l’Università, dove, a diciotto anni, per la sua competenza accademica e per le sue attività extrascolastiche, fu invitata a un tè con il Governatore dello sato. Colpito dalla Giri e dopo avere indagato sulle origini della ragazza, il governatore scrisse alla madre di Mohini chiedendola come sposa per il proprio figlio. Anche se i matrimoni combinati sono una tradizione della società indiana, Mohini non aveva intenzione di sposarsi in così giovane età. Ma la situazione di sua madre influenzò la sua decisione. Siccome la madre di Mohini era una vedova e le finanze della famiglia precarie, la madre le aveva chiesto di accettare il figlio del governatore, anche perché non sarebbe stato possibile offrile una dote ed avendo poche possibilità di ottenere un altro buon partito.
Nel 1969 , l’uomo che aveva scelto Mohini come sposa del proprio figlio, Varahagiri Venkata Giri, dopo una lunga vita pubblica, ivi compreso il governatorato di tre stati indiani , divenne presidente dell’India. Durante gli anni della sua presidenza (1969-1974) Mohini è stata al suo fianco, imparando e osservando le modalità del servizio pubblico. Questo è stato un grande vantaggio che ha aperto molte porte a Mohini, e le ha garantito inoltre il sostegno di suoi parenti nel partecipare alla vita pubblica. Con la fine della guerra indo-pakistana del 1971, migliaia di donne vedove sono state abbandonate a loro stesse. Giri le descrive come “morte viventi “. Ogni soldato deceduto aveva lasciato una media di cinque donne prive di mezzi di sussistenza, spesso con altre persone a carico. Con l’istituzione della Associazione vedove di guerra nel 1971 e la Guild of Service, Mohini Giri si è impegnata alla cura delle donne infelici che una società legata alla tradizione indiana aveva deciso di ignorare.
Delle donne di Vridavan ha dichiarato: “Vengono qui in cerca di morte, in attesa della morte. Sono in attesa sulle strade e, infine quando muoiono è così triste che non ci sia nessuno neppure per raccogliere i loro corpi, perché il corpo di una vedova è nefasto “.

Con un’organizzazione che conta 27 milioni di membri, la Guild of Service ha visibilmente lenito le sofferenze delle donne emarginate dell’India e non solo delle donne. Tra i suoi molti progetti ci sono case per donne indigenti , la formazione professionale per gli anziani, i campi di alfabetizzazione, campi di salute, e di programmi di auto-aiuto. Inoltre, la Guild of Service ha progetti per strutture educative dedicate ai bambini di strada, per laboratori di insegnamento di lavori per le donne, per ambulatori di consulenza familiare, per citare solo alcuni dei tanti progetti affrontati dalla corporazione della quale la Giri tiene saldamente le redini.
L’attenzione dei mass media, la conoscenza della situazione attuale, il sostegno economico e anche morale, la lotta contro ogni fondamentalismo religioso, possono e devono sensibilizzare il mondo intero contro questa condizione umana terribile che interessa milioni di donne nel pianeta.

Bibliografia

https://www.cia.gov/library/publication … os/in.html

(stime al 13/12/2007).
Census of India 2001 (stima al 31/03/2006).

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(stime al 13/12/2007).
William Dalrhymple. In India. 2006. Biblioteca Universale Rizzoli
La crémation des veuves en Inde » Paris, Editions du Seuil, 1996

http://22passi.blogspot.com/2008/03/ess … india.html

http://www.iltuoforum.net/forum/l-argonauta-f35/in-difesa-numero-0-t2499.html

Il limone che non è un limone, Seveso e l’odore della diossina

 

Sabato 10 luglio 1976 alle 8 e 50 il sostituto Procuratore della Repubblica Vittorio Occorsio viene assassinato a Roma dal gruppo eversivo di estrema destra ‘Ordine Nuovo’, e precisamente da Pierluigi Concutelli, per avere istruito agli inizi degli anni Settanta i processi contro ‘Avanguardia Nazionale’ e ‘Ordine Nuovo’. 
Lo stesso giorno più o meno verso mezzogiorno e mezzo cede per surriscaldamento fino a 500°C la valvola di sicurezza del reattore A101 del settore B della ditta ICMESA, presente dal 1947 nel territorio del comune di Meda, adiacente al comune di Seveso, in provincia di Milano allora e di Monza adesso. Durante l´incidente fuoriuscirono nell’aria circa 400 kg di prodotti chimici che comprendevano triclorofenolo, soda caustica e diossina con un penetrante odore di uova marce e zolfo.

La ICMESA (Industrie Chimiche Meda Società Azionaria) apparteneva inizialmente del gruppo svizzero Givaudan & C. di Vernier S.A. di Ginevra, poi acquistata nel 1963 dal gruppo Hoffmann-La Roche A.G. di Basilea. La fabbrica produceva sostanze chimiche intermedie utilizzate per la produzione di profumi, aromatizzanti, cosmetici e prodotti farmaceutici ed era stata ribattezzata fin dal 1948 dai residenti della zona “La fabbrica dei profumi” per le esalazioni maleodoranti che provenivano dall’impianto, i quali avevano più volte protestato per l’inquinamento del fiume e dell’aria, senza risultati.
I precedenti

Nel 1953, l´ufficiale veterinario del Comune di Seveso si recò per chiarimenti all’ICMESA dopo avere accertato un´intossicazione di pecore a causa degli scarichi della fabbrica ma non gli furono fornite informazioni. Due mesi dopo morirono 13 pecore che si erano abbeverate nelle acque del torrente Certesa  immediatamente a valle dello scarico delle acque di scarico dell’ICMESA ed egli chiese, dopo opportune analisi con riscontro nelle acque di acetati salicilati ed alcoli, che la fabbrica fosse classificata come “insalubre”. L’amministratore delegato rigettò la responsabilità della morte delle pecore, si impegnò a migliorare la situazione derivante dall’emissione di cattivi odori, sperando che venisse superata “quell´atmosfera di diffidenza e di critica” che non trovava nessuna ragione nei fatti “visti obbiettivamente e serenamente”, considerando “assurde” le accuse mosse a un´industria che lavorava “onestamente ed in condizione di ambiente e di sanità fra le più moderne d´Italia”.
Nel 1962 il sindaco di Meda invitò l’ICMESA ad adottare misure cautelari nel bruciare rifiuti, date le lamentele della popolazione che segnalavano come molto spesso in deposito di scorie a nord dello stabilimento di sviluppassero incendi di materiali di rifiuto che causavano “nubi fumogene irrespirabili”. L’ICMESA respinse le accuse, limitò il tutto a un solo incendio scoppiato per motivi ignoti, spento in meno di un’ora e assicurò il sindaco che avrebbe adottato ogni precauzione per evitare il ripetersi di simili inconvenienti.
L’anno dopo, nel 1963, dopo  nuovo incendio nello stesso deposito, che era tra l’altro adiacente la ferrovia, il sindaco di Meda sollecitò nuovamente l’ICMESA a non abbandonare e bruciare rifiuti su quel terreno poiché essi andavano “distrutti con procedimenti tali da salvaguardare l´incolumità pubblica o privata”. Nuovamente l’ICMESA rigettò ogni responsabilità incolpando dell’incendio alcuni pastori, assicurò che avrebbe provveduto a ricoprire l’area con terreno di risulta e lo recintò.
Nel 1965 per l’inquinamento delle acque del torrente Tarò che le analisi dimostrarono “tossiche ad alta tossicità” venne imposto un rifacimento dell’impianto di depurazione delle acque, ma un successivo controllo dimostrò che le modifiche apportate erano insoddisfacenti. 
Nel 1969, a fronte di una nuova relazione del Laboratorio di igiene e profilassi della Provincia in cui si evidenziava nell’ICMESA “una notevole grave sorgente per l´inquinamento”, l´ufficiale sanitario chiese al sindaco di Meda di emettere un´ordinanza per imporre all´azienda “l´adozione di provvedimenti efficaci, stabili e continuativi, atti a rimuovere (o almeno a ridurre al minimo tollerabile) i molteplici inconvenienti constatati”.
Nel 1974 il direttore tecnico dell´ICMESA, Herwig Von Zwehl, fu denunciato per “avere con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso corroso ed adulterato acque sotterranee destinate alla alimentazione prima che le stesse fossero attinte, rendendole pericolose per la salute pubblica, tramite lo scarico di fanghi in una pozza perdente” ma fu assolto nel giugno del 1976 per “insufficienza di prova”.

La cronaca di una tragedia annunciata

Il 10 Luglio 1976 cedeva la valvola del reattore A101 del settore B della ditta ICMESA. Nel reattore si era formato anche triclorofenolo, che sopra i 156 gradi Celsius diventa 2,3,7,8-tetracloro-dibenzodiossina (TCDD), ovvero diossina, una sostanza chimica estremamente tossica.  Con l’esplosione si liberò nell’aria una quantità mai esattamente quantificata di diossina, nell’ordine variabile a seconda delle differenti stime da qualche ettogrammo fino ad alcuni chilogrammi, che fu trasportata dal vento principalmente verso il comune di Seveso, ma anche a di quelli di Meda, Desio e Cesano Maderno.

L´11 luglio 1976 il sindaco di Seveso, Francesco Rocca ricevette una visita di due tecnici dell´ICMESA andati a riferirgli di un incidente successo il 10 luglio all´interno della fabbrica. Finito il turno alle sei del mattino del sabato e messi gli impianti in raffreddamento per il fine settimana, una inspiegabile reazione chimica esotermica incontrollata per cause ignote aveva provocato un aumento della temperatura e della pressione tali da fare saltare la valvola di sicurezza del reattore A101. Nel colloquio viene citata la produzione di triclorofenolo come composto intermedio impiegato anche nella fabbricazione di diserbanti. Lo stesso giorno Jörg Sambeth, direttore tecnico della Givaudan di Ginevra ipotizza che tra le sostanze sprigionatesi dall’impianto possa esserci diossina, ma non fornì alcuna comunicazione in merito alle autorità italiane.

Il 12 luglio 1976 il direttore dell’ICMESA scrisse all´ufficiale sanitario supplente: “Sabato 10 luglio 76 alle ore 12.40 ca. si è verificato all´interno del nostro Stabilimento un incidente […] Nel reattore si trovavano le materie seguenti: tetraclorobenzolo, etilenglicole e soda caustica che portano alla formazione di triclorofenolo grezzo […] Non essendo in grado di valutare le sostanze trascinate da questi vapori ed il loro esatto effetto. Il sindaco di Meda intervenne presso cli abitanti delle zone vicine alla fabbrica per impedire il consumo di eventuali prodotti d´orto, essendogli stato riferito che il prodotto finito era anche impiegato in sostanze erbicide. “Per il momento abbiamo sospeso questa lavorazione, concentrando le nostre ricerche nella spiegazione di quanto accaduto, per evitare casi analoghi nel futuro”.
Intanto inspiegabilmente cominciano a morire polli e conigli, gli alberi incominciano a perdere le foglie. Dopo cominceranno i primi malori tra le persone.

La certezza della fuoriuscita di TCDD fu confermata il 14 luglio dalle analisi compiute dalla Givaudan a Zurigo su materiale prelevato nell´area circostante l´ICMESA, ma sia i responsabili dell´ICMESA che quelli della Givaudan non dettero alcuna comunicazione in merito a questo alle autorità italiane.

Giovedì 15 luglio l’ufficiale sanitario supplente accertando numerosi casi di intossicazione tra la popolazione raccomandò alle Autorità di
Delimitare la zona con paletti recanti come testo la seguente dicitura: “Comuni di Seveso e Meda. Attenzione. Zona infestata da sostanze tossiche. Divieto toccare o ingerire prodotti ortofrutticoli, evitando contatti con vegetazione, terra ed erbe in genere”.
Avvisare, mediante manifesto la popolazione di non toccare assolutamente né ortaggi, né terra, né erba, né animali della zona delimitata e di mantenere la più scrupolosa igiene delle mani e dei vestiti, usando l´acqua come migliore detergente.
In attesa di ulteriori comunicazioni “da parte dei laboratori della ditta ICMESA”, su come agire e sulle eventuali norme di profilassi da prescrivere, si riservava di ordinare l´evacuazione della zona interessata. I sindaci di Meda e Seveso dichiarano la zona adiacente l’impianto “Zona infestata da sostanze tossiche”.

Sabato 17 luglio 1976 uno striminzito articolo pubblicato sulle pagine di cronaca del Corriere della Sera informava per la prima volta l’opinione pubblica in modo circostanziato di ciò era avvenuto il 10 Luglio nel reparto B dell’ICMESA di Meda. Il caso diventa nazionale.

Il 18 luglio il sindaco di Meda ordinò la chiusura a scopo cautelativo dell’ICMESA, la cui direzione continuò a sostenere la non pericolosità dello svolgimento dell´attività lavorativa all’interno dell’impianto.

Il 19 luglio 1976 l´ICMESA e la Givaudan dichiararono ufficialmente la presenza di diossina tra le sostanze altamente tossiche sprigionatesi, ma soltanto il 21 luglio 1976 il direttore del Laboratorio provinciale di igiene e profilassi e l´ufficiale sanitario di Seveso confermarono al sindaco di Seveso la presenza di diossina nella nube tossica.
Le prime ammissioni sulla gravità dell’accaduto dell’ICMESA sono datate 23 Luglio. “Nell´intenzione di evitare tutte le possibilità di contatto” e di […] “consentire l´esecuzione dei programmi di decontaminazione” l’ICMESA proponeva “l´evacuazione temporanea della zona interessata e delimitata sulla planimetria allegata (punti di misura rossi e blu)” fino chè non fossero emersi elementi che potessero permettere “senza alcun ragionevole dubbio la reintegrazione delle abitazioni”.

Il comunicato del 24 Luglio

Cari Cittadini, l´esplosione all´ICMESA ha prodotto e diffuso nell´aria una sostanza pericolosa che si chiama TETRACLORODIBENZODIOXINA. E´ risultata particolarmente colpita la zona compresa tra le vie Certosa e Vignazzola (MEDA) – C. Porta – De Amicis – Fogazzaro – T. Grossi (SEVESO) che deve essere bonificata. Per poterlo fare, senza creare pericoli per la salute della popolazione che vi risiede, è necessario sfollare temporaneamente le case, le fabbriche, i campi. La durata di questo provvedimento, che sarà attuato lunedì 26 c.m., sarà strettamente limitata al periodo necessario per la bonifica. Il Comune, con la collaborazione della Provincia, della Regione e dello Stato, ha organizzato una serie di servizi tra i quali l´ospitalità gratuita in un albergo. I bambini fino ai 14 anni potranno usufruire di un soggiorno vacanza presso l´istituto di CANNOBBIO sul Lago Maggiore; per il trasferimento rimangono valide le disposizioni già date dai rappresentanti del Comune (il ritrovo è fissato a Seveso in Via Adua lunedì mattina alle ore 8). Potrete in ogni momento rivolgerVi in Comune dove funziona anche oggi, domenica 25 LUGLIO un apposito servizio fino alle ore 18. Potete portare con Voi gli indumenti necessari, che dovrete però scegliere fra quelli che non erano esposti all´aria il giorno 10 LUGLIO alle ore 12.40 quando è successo l´incidente e che non siano stati usati successivamente. L´Amministrazione Comunale ha disposto di versare ad ogni capo-famiglia la somma di L. 100.000.= e di L. 50.000.= per ogni familiare a carico. La zona verrà recintata e tenuta sotto controllo dalle autorità sanitarie e nella terra saranno avviate immediatamente le operazioni di bonifica. La sorveglianza per evitare furti sarà svolta dalle forze dell´ordine. Dalla stessa zona non potranno essere portati fuori oggetti di casa, utensili di vario genere ecc. Dovranno anche essere lasciati in zona gli animali da cortile, i cani ecc. all´alimentazione dei quali provvederanno i servizi veterinari pubblici. Ogni abitante di questa zona deve sottoporsi immediatamente a visita sanitaria recandosi presso l´Ambulatorio aperto appositamente presso le Scuole Medie di Via A. De Gasperi a Seveso. Qualora vi allontaniate dalla Vostra casa per viaggi o vacanze siete pregati di passare prima presso l´Ambulatorio per la visita e per avere le indicazioni mediche necessarie. Per qualsiasi esigenza potete rivolgerVi presso l´Ufficio Sanitario istituito presso le Scuole Medie di Via De Gasperi in Seveso oppure presso il Comune che resta a Vostra totale disposizione.

Nasce la zona A, B e la zona di rispetto e il 26 Luglio iniziano le evacuazioni. Cavalli di frisia, filo spinato, militari dell’esercito recintavano ed evacuavano progressivamente porzioni sempre più grandi di Seveso. Seguiranno forzature dei blocchi, rioccupazioni delle case, blocchi stradali, un processo interminabile, speculazioni edilizie, la bonifica. Dal 1983 sulla quella che fu la zona A, dove sorgeva l’ICMESA  c’è un parco, il Parco delle Querce.

Le conseguenze per le persone

Nell’area interessata abitavano circa 100.000 persone che dopo pochi giorni iniziarono a manifestare i primi casi d’intossicazione.

Tra i colpiti molte donne incinte ma soprattutto i bambini, che svilupparono una malattia che fino ad allora quasi sconosciuta, la cloracne, ovvero un’eruzione cutanea pustolosa con possibile estensione all’intera superficie corporea e manifestazioni protratte anche per molti anni, per la quale moltissimi rimasero sfigurati per sempre. Le donne incinte terrorizzate abortivano e le coppie rifiutarono di avere figli.

Da Wikipedia:
Nonostante all’epoca del disastro in Italia l’aborto fosse praticamente vietato, fatte salve alcune deroghe concesse dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 27 del 1975, nelle quali non rientrava comunque il caso delle ipotetiche malformazioni ai feti, il 7 agosto 1976 i due esponenti democristiani l’allora Ministro della sanità Luciano dal Falco e quello della giustizia Francesco Paolo ottenuto il consenso del Presidente del consiglio Giulio Andreotti, autorizzarono aborti terapeutici per le donne della zona che ne avessero fatto richiesta. Aborti vennero praticati presso la clinica Mangiagalli di Milano e presso l’ospedale di Desio.
Uniche voci importanti di dissenso furono Il Giornale di Indro Montanelli che scrisse: «Il rischio è per i bambini, non per la madre: si tratta di aborto eugenetico, e non terapeutico» e il cardinale di Milano, Giovanni Colombo, che disse: «Non uccidete i vostri figli, le famiglie cattoliche sono pronte a prendersi cura di eventuali bambini handicappati». Il dibattito sulla necessità di una regolamentazione dell’aborto attraverso leggi dello stato da anni interessava l’opinione pubblica, acquistando vigore proprio da questo evento e dal dramma che stavano vivendo le donne della zona contaminata. Si arrivò pertanto all’emanazione della Legge 194 del 22 maggio 1978, confermata poi dal referendum del 1981.

Le conseguenze a lungo termine dell’esposizione a diossina sono molto serie, essendo accertato che predisponga fortemente le cellule alla trasformazione neoplastica.
La zona è ancora oggetto di monitoraggio da parte delle autorità sanitarie per valutare gli effetti a lunga scadenza (malformazioni fetali e tumori). Gli ultimi dati disponibili (2003) hanno dimostrato un aumentato rischio di tumori ematologici, del digerente, del sistema respiratorio e di sarcomi, di diabete e patologie tiroidee e del sistema riproduttivo nei maschi.
Lo sapevano tutti

Gli ingegneri chimici e i responsabili dell’ICMESA e de La Roche non potevano non sapere che dal surriscaldamento di quelle sostanze si sarebbe prodotta diossina così come sapevano, perché lo so anche io, che un aumento della temperatura dei reagenti provoca un aumento della velocità di una reazione chimica. Sapevano quindi che avrebbero aumentato la produzione riducendo i tempi di reazione chimica attraverso il surriscaldamento dei reagenti, e precisamente che avrebbero portato i tempi di reazione da 5 ore a 1 con un notevole aumento dei ricavati. I responsabili dell’ICMESA e de La Roche non potevano non sapere, dall’esperienza avuta per altri incidenti occorsi in altri impianti in nazioni diverse dall’Italia degli effetti drammatici della diossina.
I responsabili dell’ICMESA e de La Roche non potevano non sapere che non era presente un abbattitore sul tetto del camino così come non potevano sapere che erano state omesse le più elementari norme di sicurezza per quelle produzioni e che lo stabilimento non avrebbe dovuto trovarsi in un’area così densamente abitata. E non potevano non saperlo perché Jörg Sambeth, il direttore tecnico della Givaudan di Ginevra, colui che ipotizzò immediatamente la presenza della diossina nella nube tossica ma che non avvisò le autorità italiane, e che fu condannato per non avere applicato le norme di sicurezza, aveva chiesto alla Roche 12 milioni di franchi ristrutturare l’ICMESA, che lui aveva definito “in uno stato miserabile”.

Perché raccontare Seveso? Per colpa di un limone, questo, raccolto vicino alla discarica Sari, Terzigno, Napoli. Potrebbe non essere stato il liquame di una discarica penetrato in una falda ad avere prodotto il caos vegetale che chiunque di noi può cogliere al volo, ma è sicuramente un qualcosa su cui riflettere, riandando con la mente a Seveso. Lì la gente aveva protestato, bloccato strade, presentato tramite i rappresentanti in Comune segnalazioni e denunce. Non servì a nulla.

Dire che un impianto, una fabbrica, sono sicuri è una enorme responsabilità che non può e non deve essere ignorata in virtù di ragioni clientelari quando non apertamente criminali, perché disastri ambientali possono avere conseguenze terribili in termini di vite umane e di salute. Non si possono minimizzare i problemi e bisogna mettere in atto tutte le forme possibili di tutela e i primi osservatori sono i cittadini che risiedono in quelle aree, perché loro conoscono il microterritorio e sanno cogliere i segnali così come si cogle un limone. Quando leggiamo che la popolazione protesta per la presenza di esalazioni, quando la gente teme che una discarica non corrisponda a criteri di tutela della salute pubblica, quando vediamo limoni attorcigliarsi in forme che in natura non abbiamo mai trovato, proviamo anche a pensare al nostro passato e alle suggestioni che evoca. Seveso fu un dolo ampiamente annunciato, e non è affatto detto che un domani non debba ripresentarsi ancora.

In seguito all’incidente di Seveso ed altri dovuti all’incuria dell’uomo in proposito di sistemi di sicurezza di impianti chimici e consimili, la Comunità Europea emanò nel 1982 la direttiva n° 82/501 relativa ai rischi di incidenti rilevanti connessi con determinate attività industriali. La direttiva prevedeva determinati obblighi amministrativi e sostanziali riguardo all’atteggiamento da seguire nella gestione dell’esercizio di attività ritenute pericolose sulla base della tipologia di pericolosità dei materiali, e del quantitativo detenuto.
La direttiva viene recepita dall’Italia 6 anni più tardi con il DPR 175/88.

 

http://www.iltuoforum.net/forum/l-argonauta-f35/l-argonauta-nr-8-il-limone-che-non-e-un-limone-seveso-e-l-odore-della-diossina-fulvia-t3462.html

La finestra sul cortile

Nessuno di noi vorrebbe sapere la figlia brutalmente assassinata a 15 anni. Non ho mai potuto nemmeno per un attimo pensare ad altro, sentendo storie come quella di Sarah, dove, dove, dove mai potessero trovare la forza le madri, i padri, per alzarsi semplicemente e vivere. Che i loro figli si chiamassero Sarah, Chiara o Tommaso, o come vi pare, tutto quello che sento è un brivido di gelo pensando a questi genitori che proprio come me avevano fatto sogni e progetti, e da madre guardo i miei figli per rassicurami che siano lì, loro, si, loro sono lì.

Eppure la cattiveria degli uomini è tale e tanta che un figlio te lo possono strappare via da sotto le mani per farti trovare (forse) un cadavere, sepolto sotto mezzo metro di ghiaia e foglie secche, o in un pozzo, lasciando come ultimo immenso dolore il terribile incubo della violenza e della paura subite per morire, minuti che una madre e un padre non possono fare a meno di immaginare, stracciandosi l’anima.

Oltre allo strazio della perdita e dello strazio ulteriore di sapere coinvolte persone delle quali questi genitori si fidavano, si aggiunge la gogna mediatica prima (ricordo il padre di Tommy, così come la mamma di Sarah messi sotto il microscopio, troppo freddi, che nasconderanno, saranno stati loro, saranno coinvolti, e perché non urlano e non piangono, sanno qualcosa e non lo dicono) in virtù dell’audience e della tiratura, e lo sciacallaggio del dolore poi. E quando, come spesso accade, si ritrova un cadavere e un presunto assassino, succede che le foto del corpo martoriato di un figlio finiscano su un socialnetwork, che ore di registrazione siano proposte alldaylong per permetterci di spiare mimica, discorsi, chiederci se l’assassino è lui, e i “l’avevo detto io!”, e la casa, la casa dove è successo, da vedere, da fotografare, e i Garlasco, Avetrana, paesi mai sentiti nominare che diventano il cortile di casa propria.

Siamo quelli della finestra sul cortile, i Poirot del momento, esperti più del Dott. Quincy, del Dottor House, a noi CIS ci fa un baffo, tanto sappiamo tutto di DNA amplificato, sappiano di tracce almeno quanto cacciatori di frodo, possiamo trovare il colpevole, vedere il contesto sociale, immaginale le cose turpi che sono successe, seduti nelle nostre cucine coi nostri figli di fianco, si certo, perché loro sono lì. Per fortuna non sono loro.
La nostra curiosità morbosa ci porta a volere sapere di tutto di più, ed ecco che dobbiamo sentire il parere del criminologo, del legale, della vicina di casa, e meno male che ci sono quelle decine e decine di persone a correre con le loro belle Canon e con le loro cineprese, ad assaltare macchine, eroicamente, perché lo fanno per noi, perché noi dobbiamo essere informati.

In fin dei conti che ci frega se a quella mamma hanno ammazzato una figlia, se non può andare al cimitero senza trovare un rompicoglioni col microfono in mano, per potersi piangere sua figlia, suo figlio, in santa pace, noi dobbiamo scrutare e sapere, piccoli pettegoli incapaci di tenerci alla larga da un dramma oramai tragicamente consumato, in cui tutto quello che resta da sapere è semplicemente chi e quanti hanno fatto scempio di una bambina, o di un bambino, e se ci pensi bene il perché non ha nessuna importanza, visto che al mondo non c’è nessuno motivo per ammazzare un bambino, è solo crudeltà, o follia.
Noi dobbiamo sapere, e per questo agiscono in nome e per conto nostro gli avvoltoi dell’informazione, che circondano macchine spintonando vecchie donne o ragazzini, avvoltoi loro e sciacalli noi.

Un giorno ci saremo dimenticati di tutto questo, perché noi possiamo permettercelo. I nostri figli sono a casa, qua di fianco a noi, e se si ha un piccolo moto di paura basta allungare una mano per trovare il caldo contatto che ci riscalda l’anima. Loro no, non dimenticheranno. Dimenticheresti tu che ti hanno ammazzato un figlio?
Non so se nessuno tra voi sia mai andato a fare le condoglianze a un padre o a una madre che avevano perso un bambino. Io l’ho fatto. Non è come al TG, posso garantirlo. Anzi posso dire che sono stati sempre i genitori di questi bambini a fare coraggio agli altri, con piccole frasi e tra tutte ricordo “Non devi piangere, noi siamo felici che Dio ce l’abbia lasciata almeno un po’”.

No, non è come nei film, e proprio perché non è un film ma la vita di un altro, si dovrebbe avere il coraggio, il buon gusto, di non prestarsi a questo scempio. Si legge la notizia, una, se si vuole, un aggiornamento. Ma si lasci almeno alle persone un briciolo di decoro, un briciolo di pace, soprattutto a coloro che hanno perso tanto. Non posso tollerare il giornalista che chiede alla mamma “Lei perdona gli assassini di suo figlio?” come ho sentito chiedere, e quanto avrei voluto chiedere a questo fenomeno “Saresti in grado di farlo, tu?”.

Aveva ragione quella mano che sul muro di Avetrana ha scritto “Non siamo a Hollywood”. Si, non è Hollywood, non ci sono star, non è un film, scena, finzione. E’ tutto vero, tutto troppo vero, ed è già tutto successo. Non vendiamo la nostra umanità alla ricchezza di un altro, se li pubblicizzi coi telefilm i pannolini e l’acqua minerale, piccoli consigli per gli acquisti tra angeli andati e persi per sempre, ci deve essere un altro modo, diciamolo che non siamo sciacalli, siamo esseri umani, diciamolo forte che questo circo non è per colpa nostra, siamo noi a scegliere che cosa va in onda e possiamo essere migliori, più umani, e se non sappiamo come fare e come dirlo possiamo staccarci dalla finestra sul cortile, chiudere le tende, spegnere tutto, perché tutto questo non sia in nome nostro, perché non è per fortuna, la nostra vita, ma quella degli altri, ma è la vita di qualcuno non troppo diverso da noi, e non possiamo scordarcelo.

http://www.iltuoforum.net/forum/l-argonauta-f35/l-argonauta-n-7-la-finestra-sul-cortile-fulvia-t3135.html

“Da parte mia dì loro che…”

Modena, il Comune raccoglie le dichiarazioni anticipate di volontà per i trattamenti di natura sanitaria. 

Da lunedì 14 giugno sarà operativo il registro per la raccolta delle dichiarazioni anticipate di volontà relative ai trattamenti di natura medica del Comune di Modena. Con queste poche righe viene annunciata la nascita di un servizio: chi lo desidera potrà nominare due fiduciari che saranno i garanti dell’esecuzione delle proprie volontà in tema di trattamenti sanitari. Costoro si impegneranno a fare in modo che queste volontà siano applicate nel caso avvengano specifiche circostanze che il richiedente ha preventivamente indicato. 
La dichiarazione anticipata di volontà rende il cittadino in grado di dire, direttamente anche se non in modo attuale, la propria accettazione o il proprio rifiuto a particolari trattamenti sanitari qualora si trovi nell’impossibilità di fornire un consenso.
Le liste approntate dal Comune saranno accessibili al medico di base, spero anche agli ospedali, e si potrà determinare rapidamente se necessario che quella persona ha presentato una dichiarazione anticipata di volontà in termini di trattamenti di natura medica. Questo registro non sopperisce l’assenza di una legge sul testamento biologico, perché nasce monca all’origine di strumenti legislativi che davvero nella pratica possano supportare gli atti derivanti da questa dichiarazione. Un consenso non attuale come questo in realtà non modificherà radicalmente le decisioni in materia sanitaria, perché senza una legge articolata sul testamento biologico la dichiarazione di volontà in tema di trattamenti sanitari rimarrà una dichiarazione d’intenti. 
Le reazioni scomposte non sono tardate. “L’istituzione di un registro per la dichiarazione di volonta’ di fine vita e’ una forzatura ideologica e giuridica, figlia della deriva radicale che ha lo scopo di introdurre in Italia, per via surrettizia, l’eutanasia”. La dichiarazione è di Isabella Bertolini, parlamentare e coordinatore provinciale del Popolo della Libertà di Modena. L’unica deriva che dovrebbe preoccupare la Bertolini è quella assistenziale che provocherà l’applicazione della manovra Tremonti in termini di politica sanitaria. Il blocco del turnover del personale rischia di provocare vuoti pericolosi nelle piante organiche degli ospedali danneggiando la qualità delle prestazioni sanitarie, lo stato di salute degli ammalati e la loro sicurezza. La Bertolini non si preoccupa del taglio dell’acquisto di farmaci ospedalieri per un valore di 600 milioni di euro l’anno, non si preoccupa di oltre un miliardo di euro in risorse sottratte al Servizio Sanitario Nazionale. Si preoccupa della forzatura ideologica, ammesso e non concesso che tale forzatura esista. Cito anche ”E’ sbagliato lasciare nelle mani dei Comuni la gestione di problematiche come il fine vita, che investono la sfera etica delle persone. Cosi’ si genera solo confusione nella testa dei cittadini. Questioni di tale importanza devono essere riportate all’interno dell’unica sede titolata a decidere su questi temi, ossia il Parlamento”.
Il Comune di Modena non entra nel merito di alcuna questione etica, ma fornisce uno strumento amministrativo che accerta la volontà del cittadino, la custodisce, la rende fruibile, e lo fa gratuitamente, permettendo la revoca in ogni momento, aggiornando le liste ogni due anni, senza violare alcuna legge né alcun Codice Deontologico.
La sig.ra Bertolini giudica sbagliato che i cittadini chiedano che siano rispettate le proprie volontà su quello che più hanno di sacro e inviolabile, vale a dire la concezione (etica, religiosa, umana) della propria vita e del senso della propria vita. Giudica i cittadini incapaci di affrontare temi etici, svilendone non sono la propria capacità di ragionamento ma anche i valori più profondi e radicati del singolo individuo. Brutta l’immagine del cittadino che viene fuori da queste poche righe, un individuo confuso, incapace di scegliere, che deve demandare al Parlamento la decisione finale di ogni suo atto. Quello stesso Parlamento ove giacciono abbandonate da decenni proposte di legge sul testamento biologico che non sono solo di marchio radicale. Quello stesso Parlamento i cui rappresentanti non hanno esitato un attimo a chiamare Beppino Englaro assassino in diretta TV. Quello stesso Parlamento che ha approvato in poche ore sull’onda emotiva del caso Englaro il pessimo ddl Calabrò, che nella prima stesura, poi corretta, prevedeva che nemmeno il consenso del paziente lucido avesse valore vincolante nei confronti di un trattamento sanitario. Un ddl che ha scritto norme farraginose per le dichiarazioni anticipate di trattamento (DAT) rendendole contemporaneamente non vincolanti per il sanitario. Un decreto che mostra ignoranza scientifica crassa quando dichiara che la DAT “assume rilievo nel momento in cui è accertato che il soggetto in stato vegetativo non è più in grado di comprendere le informazioni circa il trattamento sanitario” senza ricordare che lo stesso fenomeno è presente nei pazienti in coma e non solo. E mi fermo qui. 
Sig.ra Bertolini, è mia profonda convinzione che l’unica persona titolata a decidere della mia salute sia io. Ne ho i mezzi e le competenze, e vorrei decidere per me e solo per me, un modo libero, consapevole, sulla base dei miei valori, delle mie convinzioni, della mia storia. Comunque Lei ha una grande opportunità se vive sotto la Ghirlandina. Lunedì il Comune di Modena Le metterà a disposizione gratuitamente questo strumento, seppure delegittimato in partenza, e potrà scegliere se usarlo, cambiare idea, fare insomma quello che alla fine è la cosa migliore. Dire quello che pensa, a chi sa che farebbe di tutto per difendere le Sue convinzioni in tema di trattamento sanitario, anche se in busta chiusa. 
Vorrei però ricordarLe nella sua veste di rappresentante politico che un dibattito su questioni etiche non può partire dal presupposto che esprimere la propria volontà in merito ai trattamenti sanitari sia inopportuno, sbagliato, confondente, e che il Parlamento che Lei chiama in causa dovrebbe finalmente adoperarsi per l’approvazione di una legge largamente condivisa che ponga al centro non una corrente politica o una fede religiosa ma il soggetto e i diritti fondamentali individuali.

http://www.iltuoforum.net/forum/l-argonauta-f35/l-argonauta-nr-0-da-parte-mia-di-loro-che-t612.html